Intervista a Federico Anghelè, Italian Office Director The Good Lobby

Negli ultimi anni abbiamo visto passi indietro su temi come diritti LGBTQIA+, autodeterminazione e cittadinanza: a chi conviene lo status quo? E cosa sta mancando alla società civile?

Nell’epoca della polarizzazione, accentuata e anzi coltivata dai social media, sembra che a vincere siano le posizioni estreme in grado di tenere in ostaggio quelle opinioni intermedie più dialoganti e possibiliste. Sono proprio queste voci, che probabilmente rappresentano una fetta importante della società (e, in parte, anche della politica) che gli attivisti dovrebbero cercare di coltivare. Dovremmo proprio cercare di ripartire dal dialogo, oggi soffocato da una conflittualità comunicativa che sembra escludere qualsiasi compromesso, che è invece l’essenza della politica e del nostro vivere insieme: cercare punti di mediazione in società necessariamente pluralistiche, in cui i valori in campo sono tanti e, talvolta, anche contrapposti. Puntare al compromesso non è una sconfitta, bensì una ragionevole vittoria: significa puntare a ottenere cambiamenti percorribili anche quando il vento (politico, valoriale, morale) sembra spirare da un’altra parte. Sono convinto che ancora non ci rendiamo conto quanto i social media abbiano pervertito il dibattito pubblico, alimentando divisioni e conflitti cavalcati poi dagli estremisti di qualsiasi colore. 

Se domani un gruppo di cittadini comuni volesse incidere davvero su una legge sui diritti civili, qual è l’errore più grande da evitare e qual è, invece, la leva più sottovalutata?

E’ difficile pensare a ricette universali perché ogni contesto può essere differente e necessitare di analisi e risposte diverse. Tuttavia, il primo errore è quello del timing: spesso si agisce fuori tempo massimo, quando le decisioni sono già state prese e i margini per modificare un provvedimento in discussione sono limitatissimi. Monitorare attentamente il dibattito politico anche attraverso insider è fondamentale, soprattutto in un Paese come l’Italia in cui l’iter decisionale è opaco. Se questo è un errore procedurale che può costare il fallimento del proprio piano, c’è poi un errore sostanziale non meno esiziale: quello di pensare i gruppi parlamentari (soprattutto quelli a noi più avversi) come entità omogenee. Al loro interno ci possono essere molteplici sfumature, talvolta sottili, altre volte più marcate. Ci sono politici con sensibilità diverse anche all’interno di maggioranze apparentemente compatte. Questa è la leva della quale avvalersi: provare a far emergere queste differenze. Scardinare un impianto normativo contrario ai diritti civili è senza dubbio difficile se la maggioranza di governo ha un giudizio sostanzialmente negativo sulla loro estensione; ma è tutt’altro che impossibile attenuarne la portata, smussarne gli aspetti più critici. E credo che il compito della società civile, anche in tempi difficili, sia anche quello di evitare il peggio, di aprire dialoghi anche dove essi sembrano impossibili.

Il diritto di voto è formalmente garantito, ma sostanzialmente diseguale: si parla di una nuova forma di esclusione civica “accettata” nel dibattito pubblico italiano. Che ruolo può giocare il lobbismo civico per trasformare il voto fuori sede da misura emergenziale a diritto strutturale, e perché finora non ci è riuscito?

Il lobbismo civico ha già giocato un ruolo sostanziale nel far emergere un tema che per anni era stato negato. E’ grazie alla rete Voto fuorisede – coalizione formata da organizzazioni della società civile guidata da The Good Lobby – se la stampa parla regolarmente dei milioni di studenti e lavoratori lontani dal luogo di residenza a cui l’Italia continua a negare il voto a distanza, diritto invece riconosciuto nei principali Paesi europei. Diciamo che la mobilitazione dal basso ha, da una parte, contribuito a cambiare la norma sociale: oggi l’opinione pubblica riconosce un problema che era per lo più ignoto. Dall’altra, ha contribuito in maniera determinante a produrre quegli avanzamenti politici che negli ultimi anni hanno consentito le sperimentazioni alle Europee del 2024 e ai Referendum del 2025. Il nodo critico rimangono le elezioni politiche: da una parte ci sono oggettivi (ma superabili) ostacoli tecnici dovuti alla complessa architettura elettorale italiana. Dall’altra, c’è il timore di favorire gli avversari. Questo timore ovviamente aumenta all’avvicinarsi delle elezioni. E così una misura che dovrebbe rafforzare la partecipazione e le regole democratiche, si colora politicamente. 

Il lobbismo civico europeo riesce davvero a competere con quello delle grandi corporate o resta confinato ai temi “eticamente giusti ma politicamente marginali”?

A Bruxelles le organizzazioni della società civile che difendono gli interessi generali hanno molto più chiaro che è necessario inserirsi nei processi decisionali per essere incisivi. Temi centrali come il Green deal, il pacchetto di regole digitali, hanno visto una partecipazione sostanziale dei “lobbisti civici” i quali, almeno nella precedente consiliatura, hanno ottenuto risultati sostanziali. Risultati oggi messi in discussione da una Commissione europea che si rimangia sostanzialmente tutte le politiche introdotte nel ciclo precedente, dimostrando di essere ostaggio delle grandi corporation e di quegli Stati membri (Italia inclusa) più sensibili al richiamo di Washington. I dati dimostrano che questa Commissione rifiuta deliberatamente di incontrare gli attori della società civile (le organizzazioni ambientaliste, quelle dei consumatori ecc ecc.) a tutto vantaggio degli interessi privati: secondo un’indagine di Transparency International solo un terzo degli incontri della Commissione con portatori di interessi avviene con organizzazioni non profit. 

Nonostante questa evidente e drammatica asimmetria, che in passato le istituzioni europee avevano cercato di riequilibrare, la società civile è viva e si occupa di battaglie tutt’altro che marginali. Penso ad esempio al lavoro che i nostri colleghi di The Good Lobby a Bruxelles stanno portando avanti assieme a tanti altri per contrastare la deregolamentazione messa in atto da Von der Leyen. Si tratta di una grande mobilitazione, la cui eco poco arriva negli Stati membri ma che ha un’importanza cruciale: da una parte essa fa emergere quale idea di UE vorremmo e, dall’altra, il ruolo (fondamentale) della società civile nel difendere gli interessi generali. 

Da semplice cittadino che lavora, studia e ha poco tempo, qual è l’azione più efficace e realistica che posso fare per difendere o far avanzare un diritto civile oggi in Italia? 

Credo ce ne siano tante, alla portata di tutti a seconda dell’impegno che si vuole mettere: ad esempio firmare una proposta di legge di iniziativa popolare (anche a livello europeo: la campagna My Voice My Choice per il diritto all’aborto ha superato il milione di firme e ha ottenuto un voto favorevole dall’Europarlamento); partecipare alle manifestazioni di protesta; scrivere direttamente ai nostri rappresentanti. E’ chiaro che anche il voto è importante, ma la pressione esterna è fondamentale per dare coraggio alle forze politiche e far avanzare proposte altrimenti senza successo. 

Ci può consigliare un libro o un film per capire meglio il suo campo di lavoro?

Il primo libro che mi sento di consigliare è di Alberto Alemanno, fondatore della nostra organizzazione, che si chiama proprio “The Good Lobby. Partecipazione politica dal basso”, edito da Tlon. Spiega cos’è il lobbying civico attraverso esempi e strumenti concreti. E poi “New Power” di Jeremy Heimans e Henry Timms edito da Einaudi, che ci aiuta a capire quali nuovi strumenti di attivazione e partecipazione abbiamo (o avremmo?) oggi a disposizione.