1. Gli ultimi accadimenti indicano un progressivo allentamento del principio di imparzialità, cardine del modello degli aiuti umanitari. Secondo lei questa tendenza potrebbe rafforzarsi anche nella cooperazione allo sviluppo, oltre che negli aiuti umanitari?
La situazione legata alla cooperazione allo sviluppo si sta evolvendo, con dinamiche geopolitiche che prendono sempre più piede come giustificazione dell’intervento. Una maggiore politicizzazione degli aiuti è già in atto – anche in paesi tradizionalmente più “disinterssati” come i paesi Nordici. E’ opportuno ricordare la distinzione fra aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo. Gli aiuti umanitari da sempre si reggono sui principi dell’imparzialità, neutralità e indipendenza, tipici di un aiuto “umanitario”, ossia rivolto all’umanità, per alleviarne le sofferenze in caso di disastri o conflitti. La cooperazione allo sviluppo, invece, si è sempre mossa a seguito di un qualche motivo di interesse da parte del donatore: classicamente motivi strategici nazonali hanno giustificato il perché i soldi dei contribuenti fossero stati usati per lo sviluppo di Paesi diversi da quelli dei donatori. Oggi il rischio è che l’Umanitario perda i suoi principi di imparzialità. Quindi non mi stupisce che la cooperazione proceda in forma ancora più selettiva, perché è sempre stato così, e oggi ancora più esplicitamente. La motivazione di “self interest” è sempre co-esistita – con un’enfasi più o meno forte – con giustificazioni più “disenteressate” e di solidarietà internazionale. La tendenza recente è quella sostituire il termine cooperazione con “partenariato” – a sottolienare il superamento della relazione donatore-ricevente – o di “promozione degli interessi nazionali” – laddove si voglia creare consenso in aree politiche meno interessate alla solidarietà interazionale. Questo vale anche a livello europeo, dove la “Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo” è stata ribattezzata “Direzione per i partenariati internazionali”. Su questa variazione terminologica, ci sono interpretazioni che sottolineano come il partenariato sia più inclusivo, superando la differenza tra “beneficiario” e “donatore”, e altre che vedono una cooperazione basata su interessi di politica estera. Un esempio di questa tendenza è l’ultimo White Paper sulla Cooperazione allo Sviluppo Svedese, un paese storicamente “disinteressato”, dove ora si afferma esplicitamente che l’aiuto sarà utilizzato anche come strumento per avanzare obiettivi di politica estera. In sostanza, l’interesse nazionale nella cooperazione allo sviluppo c’è sempre stato, solo che ora lo vediamo più esplicitamente. Inoltre, confrontato con necessità di bilancio sempre più stringenti e bisogni crescenti nei paesi partner, si enfatzizza la necessità che l’aiuto agisca come catalizzatore per mobilizzare capitale privato e investimento.
2. Tra le motivazioni alla base della crisi del modello multilaterale della cooperazione allo sviluppo vi è la diffusione del populismo che, a sua volta, trova radici nelle crescenti diseguaglianze rafforzate da modelli di turbo-capitalismo, governi corrotti e globalizzazione spinta, sia nei Paesi in Via di Sviluppo, che in quelli Sviluppati. Esiste, secondo lei, un’alternativa “ideologica” all’isolamento progressivo di molti Stati e allo smantellamento del multilateralismo? In altre parole, ci sono risposte alternative capaci di aggregare una nuova visione collettiva?
Non concordo sul fatto che il “populismo” abbia smantellato il multilateralismo, non fosse altro perché è molto difficile definire cosa sia davvero il populismo. La crisi del multilateralismo è derivata da una crisi economica globale e dalla necessità di ripensare il funzionamento delle istituzioni multilaterali nate dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La premessa è che la globalizzazione è stata un fenomeno generalmente positivo per i Paesi in Via di Sviluppo (soprattutto per l’Asia). Il problema però è stato che questo ha generato shock in altri Paesi in Via di Sviluppo che non sono riusciti a beneficiarne e a crescere alrettanto e ora non trovano più spazio economico, oltre che per i Paesi Sviluppati, che hanno subito le conseguenze della crescente competitività dei paesi emergenti e la deindustrializzazione e sparizione di alcuni settori economici, spesso anche concentrati geograficamente all’interno dei vari paesi. La criticità è dunque frutto della mancata risposta da parte dei Governi, che non hanno saputo anticipare quanto successo. La crescente disuguaglizanza all’interno dei paesi ha inoltre alimentato un forte disincanto nella capacità delle istituzioni (nazionali o sopranazionali) a trovare soluzioni e facilitato la ricerca di soluzioni semplicistiche o estreme. Credo che, come detto dallo psicologo canadese Joseph Heath, il populismo non sia tanto una lotta tra élite e poveri, ma tra il common sense e l’intellettualismo. Stiamo assistendo al fatto che la maggior parte delle persone ragiona con la pancia, col pensiero veloce per dirla con Daniel Kahneman, ed ecco la ricerca di soluzioni semplicistiche e talvolta di capri espiatori. La crisi del Covid e dei migranti sono due fenomeni recenti che mostrano questa tendenza. Per esempio, numerosi studi dimostrano che i migranti hanno bassi impatti sui consumi dei servizi pubblici, rispetto alle tasse da loro pagate. Eppure, questa evidenza non cambia il modo di pensare di chi ragiona con la pancia e imputa ai migranti il declino del proprio status e condizione di vita. Dalla critica delle istituzioni di governo nazionali a quelle internazionali e all’utilità della cooperazione mutlilaterale, il passo è breve.
D’altro canto, le istituzioni di Bretton Woods e più in generale il sistema multilaterale devono essere ripensate per dare maggior peso nelle loro istanze di governance ai Paesi in Via di Sviluppo e per meglio rispondere a una economia profondamente mutata. Le sfide tecnologiche e climatiche, ad esempio, impongono risposte comuni. Quindi è necessario riformare il loro mandato e lavorare – in parallelo – anche su un sistema di coalizioni, come nel caso del modello lanciato dal presidente francese del Patto per la Prosperità, le Persone e il Piantea (4P). In tali coalizioni si trova un tema che accomuni i diversi Paesi e che funge da ragione aggregante.
3. Alla crisi dei sistemi universalistici (di aiuto allo sviluppo, sanitari, di tutela – in generale – dei beni comuni) si contrappone una generazione (la Gen Z) che non accetta confini, non violenta, che non vive le differenze sociali come nelle precedenti generazioni. Potremmo dire che l’attuale rigurgito nazionalista/sovranista è anche fattore di una certa “demografia al potere”?
Non sono sicuro di sapere rispondere a questa domanda. La mia generazione (nati negli anni ‘70) ha vissuto un periodo di modernizzazione, fine della Guerra Fredda, aumento della globalizzazione e miglioramento delle condizioni di vita, che ha progressivamente coinvolto anche i Paesi in Via di Sviluppo. La necessità e bontà del processo di integrazione europea – per esempio – ci sembrava un’evidenza inattacabile, come pure che i figli avrebbero avuto condizioni di vita migliori dei loro genitori. Queste certezza adesso scricchiolano – per usare un eufemismo. L’invecchiamento della popolazione probabilmente non facilita le scelte lungimiranti. Prendiamo l’esempio della Brexit: analizzando la composizione demografica è emerso che i giovani – in grande maggiornaza contrari all’uscita della UE – non hanno votato. Quindi, forse, l’invecchiamento della popolazione, la preoccupazione per il declino e la bassa partecipazione dei giovani ai processi elettorali contribuiscono a spiegare la situazione attuale.
4. Alla crisi del modello di cooperazione occidentale fa eco l’aumento delle attività cinesi nei Paesi in Via di Sviluppo. Secondo lei è possibile che il vuoto lasciato dalla scomparsa di USAID possa essere colmato dal posizionamento sempre più esteso della Cina nello scacchiere internazionale?
Si, certamente. Ma non solo la Cina, anche la Turchia, l’India e i Paesi del Golfo. Negli ultimi vent’anni abbiamo osservato profonde trasformazioni economiche che si sono riverberate anche nell’ecositema dei “donatori”. L’emergere di nuovi motori della crescita mondiale ha portato a un fenomeno di ricalibrazione dell’economia mondiale– quello che in OCSE abbiamo definito “shifting wealth” –, con lo spostamento del centro di gravità economica verso l’Asia. La nuova e crescente ricchezza di questi Paesi “emergenti” li motiva a diversificare il loro panorama, con un coinvolgimento crescente in Africa, Asia e America Latina. Questi nuovi attori propongono nuovi tipi di relazioni e partenariati che combinano aiuti, investimenti e commercio con Paesi con cui non avevano necessariamente avuto relazioni economiche singificative in precedenza. Parte della spiegazione per la comparsa e il successo di questi nuovi attori è la loro capacità di proporsi come partner “diversi” da quelli tradizionali (meno enfasi sul tema dei diritti umani e delle good governance, meno condizionalità degli aiuti e meno ingerenza negli affari interni dei paesi partner) e anche di sapersi meglio adattare alla realtà dei paesi in via di sviluppo. Per esempio, le imprese multinazionali nate nelle economie emergenti hanno mostrato una maggiore abilità a adattarsi e resistere nelle condizioni socio-economiche dei Paesi in Via di Sviluppo.
5. La narrazione della Cooperazione è da sempre molto “emotiva”: se da un lato le istituzioni sono svuotate di senso e sempre meno operative, il “peso emotivo” di certi messaggi si sposta sui singoli cittadini, supportato da un meccanismo mediatico di raccolta fondi che spinge molto sull’emotività. Secondo lei il canone delle “emozioni” ha più favorito o più appesantito l’evoluzione dei modelli di aiuto in contesti di povertà?
Sicuramente l’ha favorita, nel senso che – soprattutto in passato – si usavano immagini forti per motivare gli interventi… la cosiddetta “pornografia” dello sviluppo. Si è trattato di una sorta di approccio populista – fare appello alla pancia più che al cervello, ma al contrario – a favore della solidarietà e non dell’interesse nazionale . Ha funzionato – soprattutto in momenti di catastrofi o conflitti. È oggettivamente difficile spiegare perchè la cooperazione serva, quale sia il suo impatto, e generare un sostegno “razionale” nell’opinione pubblica. In primo luogo, la cooperazione si occupa di cose “lontane”, rendendo difficile osservarne l’impatto. In secondo luogo, i problemi che la cooperazione cerca di risolvere sono complessi – il rischio di inusccesso quando si affrontano temi difficili è molto elevato. Infine, e collegato a quest’ultimo punto, l’impatto della cooperazione dipende da molti altri fattori, al di fuori del controllo di chi fa cooperazione. Usare le emozioni è una scorciatoia per garantire il sostegno dell’opnione pubblica. Il rischio ovviamente è quello di fare a gara a chi sta peggio. Quando le condizioni a casa nostra diventano più difficili, il ricorso a logiche più egositiche o la riecrca di capri espiatori diventa più frequente. Il sostegno emotivo agli aiuti può quindi ridursi. Al contrario, gli argomenti per cui serve intervenire e fare cooperazione dovrebbero essere quelli basati sul nostro interesse comune con gli altri paesi (es. risposta comune al cambiamento climatico). Questo non significa abbandonare gli argomenti etici ed emotivi, ma piuttosto accompagnarli con una comunicazione più efficace e una maggiore educazione al vivere inseme.
6. Potrebbe consigliarsi un libro e un film per approfondire meglio questi temi/i temi di cui lei si occupa?
Il libro consigliato è “Nettare in un Setaccio” di Kamala Markandaya (Feltrinelli), che parla di resilienza e di ciò che Amartya Sen definirebbe “Capacitazione” o Empowerment. Inoltre, consiglio “How China escaped the Poverty Trap” di Yuen Yuen Ang, in cui – anche in risposta alle teorie del premio Nobel per l’economia Daron Acemoglu – si sostiene che non esistano istituzioni perfette per uscire dalla povertà, bensì occorra usare al meglio le risorse a disposizione e sperimentare.