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Intervista a Filippo Montesi

Febbraio comincia con una bella chiacchierata sul tema dell’Impatto: ne discutiamo con Filippo Montesi, Senior advisor di Human Foundation e Segretario generale di Social Impact Agenda per l’Italia. Buona lettura! 

  1. La Valutazione d’Impatto Sociale (VIS) è uno strumento sempre più usato ed apprezzato, sia dal Terzo Settore che dal settore profit attivo in progetti di cooperazione. Quali saranno le prospettive di sviluppo di questo strumento nei prossimi anni: cosa vedi all’orizzonte? 

Credo che la VIS continuerà a svilupparsi ed il suo impiego aumenterà, poiché sempre più organizzazioni la faranno sia per motivi normativi che per cultura interna, un percorso quest’ ultimo molto interessante. Prevedo che, al di là della natura giuridica di chi la utilizzerà (profit vs. non profit) sarà rilevante l’approccio: si creerà un dualismo tra chi la farà per compliance o per comunicazione vs. chi la farà come metodo di rafforzamento della proposta di valore o rafforzamento strategico, dando quindi maggiore valore sociale ed economico all’intero processo. Poi c’è il tema della standardizzazione delle metodologie: esiste una spinta in questa direzione da parte di chi investe (per comparabilità delle performance) e da parte delle imprese che ricercano fondi. Detto ciò, se da una parte è importante convergere metodologicamente, è anche vero che non si può perdere di vista il significato del processo valutativo, appiattendo tutto in nome di un benchmarking. Trovare un solo punto di equilibrio è difficile, ne esisteranno molti in un continuo sviluppo tra “standardizzato” e “contestualizzato”. Ad esempio, a livello strategico di direzione il dato sarà gestito in modo standardizzato e andrà aggregato e comparato. La parte più gestionale delle operazioni dovrà invece essere raccontata in modo più dettagliato e granulare.  L’importante è non cadere nel gioco della torre tra queste due alternative. 

  1. La VIS realizzata con metodi come lo SROI (Social Return on Investment) è cruciale per determinare le opportunità di finanziamento di iniziative sociali che necessitino di capitali in avvio, soprattutto se presentano elementi di innovazione sociale. Come si può far convergere l’attenzione degli investitori su tali indicatori e renderli centrali nel processo di allocazione delle risorse? Puoi citarci qualche esempio?

Anzitutto occorre far conoscere lo SROI il più possibile, non solo tra gli investitori ma nell’intero ecosistema per colmare un divario di competenze che non fa cogliere l’approccio di analisi e gestione. Poi c’è un divario di cultura correlato alla dicotomia tra performance finanziaria e sociale. Sulla prima è naturale rendere conto dei rendimenti finanziari, mentre per la componente sociale manca la prospettiva di accountability. Solo negli ultimi anni abbiamo costruito dei discorsi sull’ impatto sociale, rivedendo i modelli di accountability e mappando esperienze  – seppure embrionali – che presentano premialità legate agli obiettivi sociali …ma ancora molto incipiente. 

  1. Valutare gli impatti è un tema necessario non solo per gli Enti del Terzo Settore ma anche per il settore profit, basti pensare al Report d’Impatto obbligatorio per le società benefit. Molte imprese Benefit poi, devono rispettare anche gli obblighi di rendicontazione di sosteniblità (DNF, ecc.). Secondo te come è possibile integrare la valutazione di impatto nel Report di sostenibilità? Quali sinergie vi sono tra i due documenti? 

Certo, è necessario….il problema è che le organizzazioni fanno una valutazione dei risultati sociali, ci investono risorse e poi la tengono “attiva” per 5/6 anni perdendo di vista l’ottica di miglioramento continuo. La VIS dovrebbe essere realizzata regolarmente nel tempo, integrandola nei processi e nelle routine dell’organizzazione in un’ottica di gestione e ottimizzazione dell’impatto. 

Si possono integrare i due documenti, ma non ci sono ancora metodi standardizzati …l’analisi SROI offre un buon approccio definendo principi e pratiche di misurazione del valore sociale, oppure c’è un esperimento molto interessante chiamato IMPACT WEIGHTED ACCOUNTS di Harvard Business School, dove si è sviluppato un framework che cerca di integrare la contabilità economica con quella socio-ambientale: settore per settore, si sviluppano metriche e metodi di calcolo per avere il conto economico di grandi aziende integrato con elementi sociali e ambientali.  Detto questo il tema culturale è dominante: finché non interiorizziamo che qualsiasi organizzazione produce impatti positivi e negativi avremo problemi ad integrare la gestione dell’impatto nelle organizzazioni profit e non-profit. Ad oggi, molte realtà profit semplicemente considerano gli impatti ambientali negativi delle esternalità ….senza riportarle, né internalizzarle. Eppure le dimensioni sociali e ambientali fanno parte del modello di business dell’azienda, quindi perché non considerarle nella rendicontazione? 

  1. Di “Impatto” si parla sempre di più e spesso per cose non ben definite. In taluni casi pare proprio che su questo tema si sia creato un hype e che “tutto sia impatto”. Come poter evitare di generare impact-washing? E soprattutto, come riconoscerlo?

Occorre sviluppare competenze, evidenziare buone pratiche….riconoscendo però che a volte l’impact washing non è intenzionale….ed ecco di nuovo l’importanza della formazione sul tema: se mancano competenze specifiche serve la formazione ed il confronto tra pari. 

Sul come riconoscere l’impact-washing direi di partire prima dalle caratteristiche del racconto ben fatto. Anzitutto occorre trasparenza: spiegando quantità e qualità delle iniziative da rendicontare. Poi occorre un reale coinvolgimento degli stakeholder (specificando come sono stati coinvolti come rintracciare gli impatti). In questo senso avere una “prospettiva degli stakeholder” significa dare loro potere. Inoltre è necessario verificare i risultati …e qui c’è ancora molto da fare in chiave di istituzione di un audit e verifica della metodologia, perché spesso non c’è una prassi di controllo dei processi. “Ho detto che ho prodotto impatto positivo nel paese X: qual è la metodologia e quali sono le fonti di verifica”? Serve avere un dispositivo di verifica che stia in piedi. Infine serve andare a capire se nel report sono indicate azioni di miglioramento: questo è un buon indicatore che l’azienda sta prendendo sul serio il proprio lavoro ed i propri impatti. 

  1. Potresti consigliarci un libro o una pubblicazione che parli di “Impatto”?  

Si, scelgo un libro che dà una visione strategica della valutazione e al tempo stesso chiarisce  aspetti operativi e tecnici in maniera pragmatica: “THE GOLDILOCKS CHALLENGE” edito da Oxford University Press. Può essere letto da donatori, imprese sociali, investitori, amministratori pubblici e valutatori. Ci sono moltissimi casi di studio in ambito di cooperazione allo sviluppo, anche in Uganda dove opera KOKONO 🙂  

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