Intervista a Giulia Tosoni, Direttrice della Direzione di Progetto Promozione Giovanile e transizione scuola-lavoro del Comune di Milano

1.    Come integrate nei progetti promossi dal Comune di Milano le esigenze del tessuto produttivo locale senza perdere di vista i percorsi e le aspirazioni individuali dei giovani?

È un tema su cui ci interroghiamo molto e di non facile soluzione. Milano, da un lato, attrae tantissime persone giovani per le numerose opportunità formative e lavorative in tanti campi ed esprime anche una forte domanda di manodopera in settori tecnici e legati al turismo e al commercio. Dall’altro lato, però, le persone giovani riportano una grande fatica a inserirsi positivamente, ad orientarsi nella complessità e a raggiungere condizioni economiche e lavorative adeguate. Gli studi ci dicono che è la prima volta nella storia in cui 5 generazioni convivono sui posti di lavoro: per le generazioni più giovani la distanza culturale e valoriale percepita con quelle precedenti è molto forte e non sempre le aziende sanno riconoscere e valorizzare questi nuovi punti di vista. Si crea un paradosso: una città che ha sempre più bisogno di garantire ricambio generazionale nel tessuto produttivo di molti settori fatica a raggiungere, trattenere e far sentire bene le persone giovani. Con la Rete Orientamento Giovani Milano stiamo provando a introdurre spazi di riflessione con il mondo produttivo, su questi aspetti, lavorando al contempo sul piano culturale per valorizzare – attraverso un Young Advisory Group – culture, visioni, linguaggi e saperi che le persone giovani possono portare sul e nel mondo del lavoro.

2.    Quali indicatori utilizzate per valutare l’impatto reale delle politiche di promozione giovanile, oltre ai dati quantitativi più immediati? Quando i progetti per i giovani non vanno come previsto, qual è il tipico ostacolo che riscontrate? 

 Oltre al monitoraggio dei dati quantitativi i diversi progetti utilizzano vari strumenti di valutazione qualitativa, che includono il punto di vista di operatori e giovani coinvolti. Molte nostre iniziative prevedono che siano le persone giovani a raccontare e raccontarsi. Con il programma 100 idee abbiamo accompagnato oltre 150 gruppi di giovani fra i 14 e i 35 anni a realizzare i propri progetti per la città. Molti hanno realizzato video, documentari, interviste, report fotografici o riviste e alcune redazioni giovani hanno dato voce ai protagonisti. In tutti questi materiali si possono ritrovare elementi importanti di valutazione dell’impatto reale. Quando una persona giovane ti dice “questa esperienza mi ha cambiato la vita”, lì sappiamo che abbiamo vinto. In questi anni abbiamo avuto un buon riscontro ogni volta che i progetti sono stati pensati e realizzati insieme alle persone giovani. Non funziona proporre cose già pensate e trattarli come destinatari delle politiche. A noi sembra che cerchino spazi, fisici e simbolici, in cui potersi confrontare insieme, sentirsi accolti e ascoltati, ed esprimersi liberamente. Assumendosi anche delle responsabilità. La difficoltà nel portare avanti questo tipo di politiche è che poi la città deve farsi trovare pronta: le persone giovani vanno veloci e volentieri ci spiazzano, non possiamo poi tirarci indietro.

3.    Se dovessi progettare da zero un’esperienza ideale di transizione scuola-lavoro nel 2026, senza vincoli burocratici, che forma avrebbe?

Ci stiamo provando davvero! La Rete Orientamento Giovani Milano prevede percorsi ad alta intensità educativa per giovani in situazione di disorientamento. Li conosciamo, entriamo in relazione, costruiamo con loro un progetto personalizzato e mettiamo a disposizione delle “Doti di crescita”: una somma economica a disposizione di qualsiasi esperienza utile per quel progetto e quella persona, senza vincoli burocratici. Abbiamo assegnato la prima Dote poco prima di Natale: un ragazzo di 16 anni faceva un corso da elettricista, che odiava e stava per abbandonare. Ha confessato di avere un sogno nel cassetto – fare il parrucchiere – ma temeva che la sua famiglia non avrebbe mai accolto questa sua decisione. Un professionista esperto lo ha accompagnato nel dialogo con i genitori, ha trovato un corso da parrucchiere a cui si è potuto iscrivere e con la Dote di crescita gli ha acquistato la borsa con tutti i materiali e le attrezzature con cui presentarsi a scuola. Ci ha mandato una sua foto con la borsa, appena il corriere gliel’ha consegnata, ed è stato per noi un bellissimo regalo sotto l’albero. Abbiamo bisogno di misure come questa, che permettano di fare esperienza: non importa quale, basta che sia vera, autentica, nel mondo e che permetta di accendere un fuoco, o almeno una prima scintilla. 

4.    C’è un consiglio che vedi ripetere spesso ai giovani sul lavoro e che secondo te oggi andrebbe completamente ripensato?

 Che devono adattarsi e fare dei sacrifici. È una retorica davvero controproducente: primo, chi può adattarsi di solito lo fa senza bisogno di questo tipo di inviti, che suonano giudicanti. Adattarsi è sempre faticoso e non sempre e non tutti siamo nelle condizioni (psicologica, materiale o relazionale) per poterlo fare. In secondo luogo, nella vita di chiunque prima arriva il senso e poi eventualmente la scelta, l’impegno, la fatica e anche qualche rinuncia o sacrificio. Le nuove generazioni ci stanno ponendo domande di senso: che mondo stanno ereditando? Che futuro abbiamo davanti? Per cosa vale la pena diventare adulti e assumersi delle responsabilità? Da adulti dovremmo dialogare su queste domande, che sono importanti, accettando prima di tutto di essere messi di fronte alle nostre responsabilità, senza pensare di avere verità da dispensare. Se ascoltiamo un attimo, poi, scopriamo che le persone giovani spesso portano una richiesta di cambiamento che farebbe bene a tutti, non soltanto a loro: un migliore bilanciamento tra vita e lavoro, più etica e valori e meno profitto fine a sé stesso, più attenzione alle diversità, ecc.

5.    Qual è un cambiamento, anche piccolo, che negli ultimi anni ti ha fatto pensare che stiamo andando nella direzione giusta nel supportare i giovani nel passaggio scuola-lavoro?

Con il programma 100 idee abbiamo fatto una chiamata alla città: abbiamo aperto una call chiedendo la disponibilità a realtà pubbliche, private, del terzo settore, anche singoli professionisti, di rendersi disponibili per fare da mentor ai gruppi di giovani, cioè affiancarli e supportarli nella realizzazione delle proprie idee, senza mai sostituirsi, stando accanto. Hanno risposto in oltre 100 realtà, molto diverse tra di loro. I gruppi hanno potuto lavorare con professionisti del cinema, della musica, del teatro, con realtà del volontariato, della moda, dell’artigianato… Non sappiamo – e non ci interessa nemmeno tanto – quanti fra loro poi da grandi diventeranno professionisti di questo o quel settore. Sappiamo però che hanno potuto fare un’esperienza significativa in qualcosa che li appassiona e in una forma collettiva, passando dall’idea al progetto e confrontandosi con cosa significa “farlo di mestiere”. Qualsiasi lavoro decideranno di fare nella vita, sono cose che si ritroveranno in tasca. Sapranno mettersi insieme ad altri per generare un cambiamento. Saranno donne e uomini che penseranno “Se non c’è, lo facciamo” (che infatti è il payoff di 100 idee).

6.     Ci potresti consigliare un libro o un film che, a tuo avviso, fanno capire bene il tuo lavoro e l’importanza dei temi di cui ti occupi?

Mi viene in mente Demon Copperhead, di Barbara Kingsolver, una rivisitazione di David Copperfield ambientata nei moderni Appalachi. Racconta molto bene cosa significa nascere in un sistema progettato per farti fallire e quale tipo di battaglia sia diventare grandi. È interessante come il mondo adulto attorno a Demon sia un completo disastro e come al tempo stesso siano alcuni incontri, quasi casuali, a rappresentare la possibilità di uno scarto, di un salto in avanti, di una via d’uscita. Manca però una dimensione collettiva del riscatto, in cui noi crediamo tantissimo perchè ci sembra spesso decisiva e che sia ancora molto viva negli immaginari delle nuove generazioni. Per questo cito anche Stranger Things. Aldilà del fenomeno commerciale, questa serie entra in risonanza con il suo giovane pubblico per tante ragioni, per questo guardarla aiuta a focalizzare alcune sensibilità: dai temi della salute mentale alla fragilità adulta, dal mondo che sembra prossimo alla fine alla via d’uscita “culturale”, cioè scoprire come linguaggi e visioni emergenti, spesso liquidati come effimeri o poco seri dai più vecchi, in realtà poi ti aiutano a interpretare la realtà e a raccontarla. E poi al centro c’è una legge antica come l’adolescenza: trova quelli accanto a te, scoprili come tuoi simili, fai del gruppo la tua forza e a quel punto sei salva e in qualche modo salvi anche il mondo.