L’intervista del mese è con Juliàn Murcia, esperto internazionale in politiche e regolamentazioni, che combina eccellenza accademica ed esperienza pratica in Europa e nelle Americhe. Dopo aver conseguito il dottorato a Oxford e il master alla London School of Economics, ha fondato Nalanda Analytica, ridefinendo i quadri normativi per il XXI secolo. Il suo lavoro integra scienze comportamentali e design thinking nelle soluzioni regolatorie, come dimostrato nei suoi recenti libri “Recentralisation in Colombia” (Palgrave MacMillan) e “Regulatory Intelligence”. Attualmente guida progetti trasformativi in tema di sicurezza idrica e innovazione normativa in America Latina. Buona lettura!
Viviamo in anni di grandi rivoluzioni socio-culturali (nel bene e nel male): come possono le politiche tenere il passo con una società in così rapido cambiamento?
È una domanda affascinante, Lucia. Stiamo affrontando ciò che Tim Palmer definirebbe una situazione di radicale incertezza. Gli approcci normativi tradizionali – ad esempio il semplice “command and control” – sono come cercare di navigare nella Londra moderna con una mappa medievale: non sono più adeguati.
Nella mia esperienza internazionale, che spazia dai Balcani all’America Centrale, ho scoperto che è fondamentale affrontare queste sfide attraverso diverse lenti culturali, come quelle concettualizzate da Christopher Hood: prospettive gerarchiche, egualitarie, individualiste e fataliste. È come guardare un diamante: ogni sfaccettatura offre una visione diversa della stessa realtà.
Uno degli strumenti più interessanti è l’utilizzo dei regulatory sandboxes. Questi permettono di testare prototipi in ambienti controllati che simulano la realtà, favorendo l’innovazione senza rischi eccessivi. Questi strumenti coinvolgono principalmente i regolatori, le imprese e i beneficiari delle politiche. La scalabilità dei risultati dipende dalla flessibilità normativa, da un’adeguata allocazione dei rischi, da condizioni selezionate con cura per simulare scenari generali e da flussi informativi inclusivi.
Da quanto ho osservato, questo approccio inclusivo è particolarmente cruciale: le innovazioni regolatorie funzionano meglio se progettate con meccanismi di feedback incorporati, capaci di catturare prospettive diverse pur mantenendo rigorosi standard analitici.
Il cambiamento climatico è una questione etica universale, priva di confini giuridico-statali: quali sono i prerequisiti strutturali affinché una politica di riduzione della CO2, ad esempio, sia realmente condivisa ed efficace?
Una delle sfide maggiori è la crescente tendenza al populismo, che ha portato molti governi ad adottare una visione più domestica su temi sociali e ambientali. Questo focus interno ostacola la collaborazione internazionale, necessaria per affrontare sfide globali come il cambiamento climatico.
La chiave sta nel riconoscere quella che Palmer chiama primacy of doubt. I nostri quadri normativi devono essere sufficientemente solidi da gestire l’incertezza, ma abbastanza flessibili da adattarsi man mano che la nostra comprensione evolve.
È fondamentale adottare un approccio che definirei “triplice elica”, combinando efficienza del mercato, implicazioni sui diritti umani e sfide di investimento politico. Ad esempio, i sistemi di scambio di emissioni (ETS) creano meccanismi di mercato per affrontare una questione essenzialmente etica ed esistenziale. Inoltre, soluzioni basate sulla natura e transfrontaliere possono non solo migliorare la biodiversità, ma anche ridurre la CO2 in modo sostenibile e spesso conveniente.
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Quando si tratta di valutare l’impatto di regolamenti e leggi, si presume che gli autori delle norme siano responsabili. Tuttavia, spesso – a causa di immunità o fine del mandato – non lo sono: come garantire un minimo livello di responsabilità per politiche giuste ed efficaci?
Questo mi ricorda il “paradosso della responsabilità” che spesso osserviamo in America Latina. Abbiamo più meccanismi di responsabilità che mai, ma sembra esserci meno responsabilità effettiva. L’ascesa del populismo ha aggravato la situazione, riducendo ulteriormente la responsabilità politica.
Per far prosperare la responsabilità politica, servono posizioni chiare e attuabili dal centro politico, dove soluzioni pragmatiche possono essere implementate. È essenziale superare quello che definirei miraggio della responsabilità politica: dobbiamo adottare un quadro multidimensionale, come il modello del formaggio svizzero. Ogni strato di controllo ha i suoi punti deboli (buchi), ma, sovrapponendoli, è improbabile che tutti i buchi si allineino perfettamente. Per questo servono vigilanza dei cittadini, risposte del mercato, controllo dei media e valutazioni tecniche che lavorino insieme.
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Dal tuo punto di vista, come influisce la questione demografica sull’innovazione nei processi di policy-making a livello europeo? (Considerando sia l’età dei policy-maker che quella del target delle politiche)
Osserviamo un interessante divario generazionale nel modo in cui le persone interagiscono con le normative. Le giovani generazioni si aspettano sistemi più user-friendly, mentre le istituzioni consolidate tendono ad aderire a approcci tradizionali.
Ma non si tratta solo di età: è la dimensione temporale delle decisioni politiche che conta. Spesso, le scelte richiedono costi elevati nel presente, mentre i benefici diventano visibili solo in futuro.
Serve quindi una struttura normativa capace di parlare simultaneamente più “linguaggi generazionali”, riconoscendo aspettative e orizzonti temporali diversi.
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Le scienze comportamentali sono particolarmente utili per immaginare modelli di utilizzo delle politiche o sostenerne lo sviluppo. Quali sono le premesse di base da considerare?
La regolamentazione tradizionale si basava su quella che definirei fallacia razionale: l’idea che le persone prendano decisioni esclusivamente razionali. In realtà, come spiegano Kahneman, Sunstein e Thaler, il comportamento umano è molto più complesso.
Dobbiamo considerare sia i fattori di conformità spontanea che quelli forzati. È come un giardino: si possono costruire recinzioni (compliance forzata), ma è più efficace progettare sentieri dove le persone vogliono naturalmente camminare (compliance spontanea).
Un esempio affascinante viene dall’India: per ridurre i clacson ai semafori, invece di multe o campagne educative, hanno installato rilevatori acustici. Se il rumore superava un certo livello, il semaforo rimaneva rosso. In poco tempo, i conducenti hanno smesso di suonare.
Puoi consigliare un libro e un film per comprendere meglio il tuo lavoro?
Oltre a The Primacy of Doubt di Palmer, consiglio Understanding Regulation di Baldwin, Cave e Lodge – è come vedere Matrix della regolamentazione!
Tra i film: The Social Dilemma analizza i modelli comportamentali nel contesto digitale; The Big Short mostra i fallimenti sistemici legati alla mancanza di responsabilità; Domani (Demain) evidenzia soluzioni innovative e comunitarie ai problemi globali; e Erin Brockovich illustra come l’azione dal basso possa guidare cambiamenti sistemici, essenziale complemento agli sforzi normativi top-down.