Intervista a Maria Xanthoudaki Direttrice Education Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci

Intervista a Maria Xanthoudaki – Direttrice Education Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci

Ecco l’intervista a Maria Xanthoudaki Direttrice Education Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci. Un piacere aver discusso con lei di fruizione della scienza e di linguaggi dell’apprendimento. Buona lettura! 

Dagli ultimi studi, l’Italia, fra gli altri paesi dell’UE, è il paese con il minor numero di giovani interessati alla scienza. Come pensa che si possa migliorare questo trend?

È una domanda che ricorre molto spesso nel dibattito pubblico e personalmente sono stata parte di alcune discussioni sul tema, anche molto recentemente. Ci si domanda: perchè ci sono questi gap? Perchè questi punteggi, spesso nella media ma non incoraggianti? Le risposte ruotano attorno agli aspetti metodologici. Possiamo dire che la scuola ha molto lavoro da fare, anche se lo sforzo che sta facendo per gestire la velocità dei cambiamenti sociali e, insieme, le diversità delle persone è già enorme. In generale, non esiste una risposta lineare a questa domanda, non c’è un “colpevole”. Un concetto a mio parere importante da considerare per chi ha un ruolo educativo, formale o informale, è quello del “capitale scientifico” (coniato da una ricerca del King’s College London, con UCL e Science Museum London) secondo il quale non solo chi è bravo nelle scienze possiede un capitale scientifico, bensì quest’ultimo, se inteso come uno ‘zainetto’ contenente l’insieme delle relazioni e delle esperienze scientifiche coltivate lungo tutto l’arco della vita, è una cosa che tutte le persone ‘si portano appresso’, che si arricchisce ogni giorno, aiutando anche un atteggiamento più positivo e sicuro nei confronti della scienza. 

Poi occorre sempre domandarsi “cosa vuol dire apprendere?”, ossia cogliere gli stimoli del mondo, dar loro significato. C’è bisogno di ampliare la definizione di cosa sia l’esperienza di apprendimento, che non è solo conoscenza disciplinare ma l’insieme dei processi che si creano a livello cognitivo, sociale, emotivo, fisico (il corpo stesso è uno strumento di apprendimento, anche al di là dell’apprendimento manuale “hands on”). Se noi potessimo valorizzare tutti gli elementi che un essere umano usa per rapportarsi col mondo allora avremmo un impatto maggiore: potremmo creare diverse porte d’ingresso nella scienza, da molti considerata una ‘scatola nera’, potremmo aiutare a creare un rapporto personale e personalmente significativo. 

Quali azioni potrebbero concretizzarsi per avvicinare i più piccoli alla scienza?

Anche qui la risposta è di tipo metodologico, e riguarderebbe tutte le persone, non solo i più piccoli. Credo siano più efficaci e interessanti le azioni educative che cercano di diventare strumenti per un “deep learning”, cioè quello che aiuta a costruire conoscenze e competenze trasferibili in contesti diversi. Ci sono molti studi che guardano l’impatto dell’esperienza museale nel lungo termine: è lì si vede davvero come viene assorbita un’esperienza e come diventa competenza e strumento che si integra nell’azione quotidiana. 

Molti Musei si appoggiano a Fondazioni private per raccogliere fondi e ampliare le proprie collezioni. Il mecenatismo è ancora un modello valido di sostentamento o vi sono altri modelli? 

Nella nostra esperienza riteniamo che, in un contesto in cui le risorse pubbliche sono sempre più limitate, il mecenatismo resti una modalità essenziale per il sostentamento e il rinnovamento dei musei. Al di là del reperire fondi, quello che è importante è sviluppare partnership, basate sulla fiducia, con istituzioni e mecenati – fondazioni e imprese – con le quali realizzare un allineamento autentico di intenti e di obiettivi, per generare opportunità e finalizzare risorse culturali rilevanti per le comunità. 

Quali sono i modelli di fruizione museale del vostro Museo a cui si guarda con più attenzione in questi ultimi anni?

Ne citerò due, molto legati alla storia e all’identità del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia che è un museo collection-based con esposizioni permanenti (i) e dotato di laboratori interattivi (nati praticamente assieme al Museo) con l’idea di fare del visitatore un protagonista di un’esperienza sperimentale (ii). 

Esiste quindi la fruizione attraverso la visita (guidata o meno) delle esposizioni e poi le esperienze nei 14 laboratori del Museo. In questo contesto, la ricerca e lo sviluppo di strumenti e modalità educative sono in continua evoluzione, per stare a passo con i tempi per quanto riguarda i nostri pubblici, creando approcci e strumenti (digitali o meno) che aiutano una fruizione diversificata e il più possibile partecipativa. Da qui l’introduzione nelle nostre esposizioni di mezzi multimedia, digitali, che invitano all’approfondimento, come pure i linguaggi artistici o i programmi in collaborazione con artisti, per creare, appunto, porte d’ingresso diverse alla comprensione del tema scientifico. La fruizione del Museo si beneficia da una ricerca educativa continua per promuovere un apprendimento aperto, creativo e diversificato.

Quali sono gli ultimi progetti lanciati dal Museo della Scienza e della Tecnica?

Citerò due progetti strategici. Il primo iniziato nel 2019 e chiamato “FUTURE INVENTORS” è sostenuto dalla Fondazione Rocca. In questo caso l’idea è stata di progettare un approccio nuovo che potesse aiutare a migliorare il rapporto di studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo grado con le materie STEM. L’elemento di innovazione principale è stato integrare l’esperienza estetica e dei linguaggi artistici nell’attività educativa valorizzando la cognizione incarnata, ovvero valorizzando il corpo (in quanto fisicità, movimento, sensi, emozioni, interazioni – e cognizione) come potente strumento di apprendimento per creare connessioni con scienza e tecnologia. Il messaggio è semplice ma forte: anche in educazione alle STEM è possibile, anzi è fondamentale, usare le emozioni, la corporeità. 

Credits: Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci

Il progetto più recente è PLAYLAB dedicato 3 ai 6 anni: un lavoro di tre anni per capire cosa significhi apprendere le scienze e quali siano gli elementi abilitanti. Il nostro nuovo spazio di 400 mq comprende un laboratorio, l’Atelier, per attività strutturate e facilitate dal nostro staff educativo, e altre 4 stanze dove la fruizione è libera. PLAYLAB si fonda sul ruolo centrale che bambine e bambini rivestono nei processi e nelle interazioni che fanno parte dell’esperienza che si propone a loro. Sia i contesti di apprendimento sia le esperienze che si svolgono al suo interno, mirano allo sviluppo di “agency” (la capacità di fare scelte ed essere protagonisti nel proprio processo di apprendimento) e del pensiero scientifico attraverso lo sviluppo della capacità di esprimersi e delle capacità di osservazione, iterazione, rappresentazione, esplorazione creativa. PLAYLAB incoraggia l’apprendimento socio-emotivo e la collaborazione tra peer e con gli adulti di riferimento. L’approccio adottato dal Museo permette di creare un contesto di ascolto dei bambini e delle bambine e di fiducia nelle loro idee, che li aiuta a sentirsi sicuri di sé all’interno delle situazioni in cui vivono e agiscono e ad affrontare con serenità le sfide dell’apprendimento che si presenteranno nella loro futura vita scolastica. Questo è un lavoro che valorizza molto lo storytelling, gli oggetti delle nostre collezioni, il rapporto tra il digitale e l’analogico, le luci e le ombre. In tutto ciò, i genitori sono sempre presenti ma definiscono loro il punto di equilibrio con i bambini per vivere un ruolo che può essere di osservazione o di partecipazione, a seconda del loro livello di coinvolgimento.

Credits: Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci

Può consigliarci un libro o un film che ha ispirato l’inizio del suo percorso o che abbia ricoperto un ruolo importante nel corso della sua carriera? 

Come libro consiglierei sicuramente la biografia di Frank Oppenheimer, fondatore dell’Exploratorium di San Francisco: “Something Incredibly Wonderful Happens” di K.C Cole.

Il libro parla della vita di Frank, fratello di Robert Oppenheimer (fisico al comando del Progetto Manhattan) e del pensiero che lo ha guidato a concepire un museo diverso dagli altri, anche partendo dal bisogno di restituire fiducia nella scienza dopo il disastro nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Sia lui sia il museo che ha creato continuano a influenzare l’operato di molti musei della scienza a livello internazionale e sono una continua fonte di ispirazione.

Come film mi viene in mente “The Dead Poets’ Society” (“L’attimo Fuggente”), che ho visto quando ero studente di pedagogia in università. La cosa che mi ha colpito è stata quel momento in cui gli studenti sono saliti sopra i banchi dell’aula incoraggiati dal loro insegnante per vedere il mondo da un punto di vista diverso. Quel momento mi ha fatto capire quanto è importante dare peso, più che a chi è nel ruolo di docente, a chi apprende e alla necessità di creare contesti di apprendimento nuovi, diversi, aperti, che hanno la forza di cogliere e accogliere la molteplicità dei modi che l’essere umano ha per relazionarsi con il mondo che ci circonda.