Intervista a Vera Gheno, ricercatrice Università di Firenze

Ecco a voi l’intervista a Vera Gheno (Ricercatrice a tempo determinato di tipo A al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze) sul potere delle parole. Buona lettura! 

Le parole sembrano trovarsi in un tempo sospeso: viviamo in epoche in cui siamo circondati da continue comunicazioni, sia offline che online, ma il loro valore pare ridursi sempre di più, come se nell’eccesso si nascondesse un depotenziamento del significato delle parole. Concorda con questa visione e come giudica l’ipertrofia comunicativa cui siamo quotidianamente soggetti? 

Non penso assolutamente che il valore delle parole si sia ridotto. È piuttosto qualcosa che ci raccontiamo per spiegare la nostra manifesta e diffusa incapacità di gestire la complessità cognitiva e comunicativa nella quale ci troviamo oggi. Siamo effettivamente sommersi da una fantasmagoria di parole, per richiamare un pensiero di  Italo Calvino, ma invece che chiederci come potremmo renderla sostenibile, ci rifugiamo nell’idea che non ci sia tempo di valutare correttamente il peso delle nostre azioni comunicative. Non è che non ci sia davvero tempo; è che non ce lo concediamo. Io penso che  dobbiamo rallentare; riconoscere che non possiamo assorbire tutto quello che ci arriva addosso, e lavorare sulla capacità  di discernere tra contenuti, notizie, informazioni che ci servono davvero e “cartacce” comunicative.

Le parole, intese come parte di narrazioni qualitative, sono spesso valutate come meno significative dei numeri o delle metriche quantitative. Questo vale anche nelle narrazioni della sostenibilità che le imprese pubblicano a fine anno (Bilanci o Report di Sostenibilità), dove la tendenza è quella di misurare tutto e narrare nulla: né i processi, né le logiche di fondo, né le evoluzioni dell’impegno ESG nel tempo. Perché i testi qualitativi, a suo avviso, sembrano valere meno di numeri, percentuali, metriche quantitative? 

I numeri sembrano dare a molte persone una falsa sicurezza; in realtà, i dati non sono affatto incontrovertibili come si tende a pensare; anche i dati vanno spiegati, raccontati, messi in relazione tra di loro e con le parole. Secondo me, il presunto antagonismo tra parole e numeri è l’ennesimo caso di una polarizzazione innecessaria e stolta: le parole sono rafforzate dai numeri – penso al lavoro indispensabile di una umanizzatrice di dati come Donata Columbro – ma anche i numeri escono rafforzati dalla relazione con le parole. Sia le parole sia i  numeri finiscono per essere indeboliti da questa contrapposizione del tutto innecessaria, quando si potrebbe tranquillamente riconoscere la necessità di un sapere ibrido, che crei  relazioni tra questi due campi.

In contesti di forte polarizzazione si fa spesso appello al dialogo, allo scambio di vedute mediato da conversazioni, dunque si promuove l’uso delle parole. Ma c’è un limite oltre il quale le parole non funzionano e diventano lettera morta? Quali sono le condizioni minime alla base di uno scambio minimamente efficace?

Io non penso che si possa dialogare con chiunque. Come spiega bene Judith Butler nel suo libro “Chi ha paura del gender?”, “Informed public debate becomes impossible when some parties refuse to read the material under dispute. Reading is not just a pastime or a luxury, but a precondition of democratic life, one of the practices that keep debate grounded, focused, and productive”. Si può discutere con una persona che è completamente ignorante rispetto a ciò rispetto a cui pretende di discutere? Io penso che sia una perdita di tempo. La mia unica speranza è quella di agire sulle persone che stanno nello spazio grigio, che non hanno idee e preconcetti incrollabili ma che, riconoscendo il limite delle loro conoscenze e competenze, sono disposte ad accogliere punti di vista altrui, a mettersi in dubbio. Non si può discutere con chi non ha dubbi.

Quali parole sceglierebbe per raccontare il mondo in cui viviamo oggi, e perché?

Richiamando il pensiero di Piero Dominici, che è uno studioso della complessità, proprio l’aggettivo complesso, assieme al suo antagonista,se così vogliamo dire, cioè complicato. Il mondo di oggi è estremamente complesso. Abbiamo bisogno di più strumenti epistemici per comprenderlo, per poter ambire a gestire tale complessità. E a volte, invece che riuscire a vedere il disegno, il pattern esistente, ci lasciamo soverchiare dall’idea che complesso voglia dire complicato, e quindi incomprensibile, caotico. Io non penso che il presente sia complicato al punto da essere ingestibile; penso che spesso ci dimentichiamo che a volte anche rinunciare a capire tutto è un modo per cogliere il disegno. Socraticamente, sapere di non sapere. Ma non per gettare la spugna, bensì per formare alleanze di sapere, in cui ogni persona fa la sua parte, piccola o grande che sia. E proprio per questo, la seconda coppia di parole è per me individuo e società. Viviamo in un mondo estremamente autocentrato, che mette l’individuo e l’individualismo al centro, e ci dimentichiamo di quanto sia importante, per l’essere umano, stare in relazione con gli altri. L’essere umano è un animale sociale. Questo vuol dire che dobbiamo ricordarci di fare rete, di sentirci contemporaneamente soggetti unici, irripetibili, ma anche parte di un tutto. E in quel tutto per me sta anche la chiave del sapere e la possibilità di gestire la complessità: creando reti di conoscenza.

Potrebbe consigliarci un libro e un film che ci aiutino a comprendere il suo lavoro o che ritiene importanti per appassionarsi ai suoi temi di studio? 

La mia preferenza va sempre alla fantascienza, al cinema. Propongo di rivedere un vecchio film di Andrew Niccol, “Gattaca”, che secondo me rappresenta in maniera vivida il pericolo insito nella glorificazione della normalità e nella patologizzazione del “diverso”. Per quanto riguarda un libro, qualsiasi cosa scritta da Giorgio Raimondo Cardona, sociolinguista scomparso troppo presto, per esempio Introduzione alla sociolinguistica (Torino, UTET, 2009).