Secondo lei, cosa dovrebbe succedere per convincere le imprese a prendere la sostenibilità sul serio, come un qualunque driver di crescita e non come un costo addizionale ingiustificato?
Le imprese prosperano quando le società sono stabili e prospere, non quando vivono in uno stato permanente di crisi. Per questo hanno un interesse diretto a contribuire a interventi che orientino stili di vita e comportamenti verso la sostenibilità. Se non affrontiamo le sfide interconnesse del nostro tempo — clima, biodiversità, inquinamento da un lato; disuguaglianze crescenti ed erosione dei processi democratici dall’altro — il mondo in cui le imprese si troveranno ad operare sarà segnato da crisi sempre più frequenti, che minacciano il loro successo e mettono a rischio i modelli di business stessi.
Allo stesso tempo, vediamo emergere tra le nuove generazioni una ridefinizione di ciò che significa “vivere bene”: non più l’accumulo materiale o il possesso di un’auto come status symbol, ma piuttosto un miglior equilibrio tra vita e lavoro, equità, dignità e qualità delle relazioni. Le imprese hanno quindi un ruolo cruciale non solo nel ridurre impatti ambientali, ma anche nel contribuire a questa nuova narrazione collettiva: ridefinire cosa intendiamo per qualità della vita, adottando politiche di marketing responsabili e offrendo prodotti e servizi che aiutino le persone a vivere bene entro i limiti del pianeta.
Quali sono gli aspetti più coraggiosi della EU Restoration Law (Regulation (EU) 2024/1991) e quali quelli che potevano essere migliorati?
NOTA: a questa domanda preferirei non rispondere perché non ho analizzato ancora (ahime!) la Nature Restoration Law e non mi sento quindi in grado di fornire una risposta informata ed adeguata. Inoltre, dobbiamo ancora capire come la NRL verrà recepita e messa in pratica dai governi degli stati membri per mezzo dei National Restoration Plans che dovranno essere inviati alla Commissione entro il settembre 2026.
Il settore alimentare, assieme a quello della mobilità e dell’edilizia sono tra i maggiori inquinanti a livello europeo: quanto incidono i trasporti lungo la filiera alimentare — dalla produzione alla distribuzione — sulla sostenibilità dei nostri sistemi alimentari?
Il trasporto lungo la filiera alimentare ovviamente ha un peso: solo circa un terzo della popolazione mondiale riesce a soddisfare la propria domanda di cibi vegetali localmente, ovvero entro 100 km di distanza. Ma non è il principale problema. Oramai molteplici studi, tra cui uno pubblicato due anni fa sulla rivista Nature Food incentrato sui sistemi alimentari in Europa a cui ho partecipato, mostrano che la parte dominante dell’impatto deriva da cosa mangiamo e da come lo produciamo, più che da quanto lontano viaggia il cibo e da come lo facciamo arrivare sulle nostre tavole. Diete ad alto contenuto di carne e latticini, specie provenienti da allevamenti intensivi, richiedono enormi quantità di terra e acqua, generano emissioni di gas serra molto elevate e sono la principale causa di deforestazione e perdita di biodiversità. L’agricoltura nel suo complesso è infatti il principale motore della perdita di biodiversità, responsabile di oltre metà del declino delle specie terrestri e di circa l’80% della deforestazione globale.
I dati sono impressionanti: la produzione e il consumo di carne sono triplicati in 50 anni, arrivando a 45 kg per persona nel 2022. Oggi, solo 12 specie vegetali e 5 animali costituiscono il 75% dell’alimentazione globale, un’omogeneità che riduce la resilienza degli ecosistemi. Nel frattempo, secondo stime della FAO, quasi il 30% della terra agricola mondiale viene utilizzata per produrre cibo che finisce sprecato, con una perdita economica vicina a 1 trilione di euro l’anno.
Secondo la prossima edizione del nostro rapporto A Climate for Sufficiency: 1.5-Degree Lifestyles, nutrizione e mobilità insieme generano tra la metà e i due terzi delle emissioni di gas serra legate agli stili di vita. Nei paesi ad alto reddito, la mobilità pesa più del cibo, ma è proprio nell’alimentazione che troviamo il maggiore potenziale di riduzione: adottare diete prevalentemente vegetali può far risparmiare fino a 2.500 kg di CO₂ equivalente a persona ogni anno.
Inoltre, il cibo non è solo nutrimento: è cultura, identità, relazione. Ma il sistema alimentare attuale ci spinge verso un debito ecologico crescente, con conseguenze non solo ambientali ma anche sociali, perché colpisce soprattutto le comunità più vulnerabili e mette a rischio la sicurezza alimentare globale. Ripensare il nostro rapporto con il cibo significa ridefinire l’idea stessa di “buona alimentazione”: non abbondanza illimitata, ma qualità, salute, equità e rispetto della natura. E significa anche riconoscere che il prezzo più basso non è quasi mai il prezzo migliore, perché dietro quell’apparente convenienza si celano condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per agricoltori, pescatori e pastori: i veri custodi della biodiversità del pianeta.
L’industria tessile e della moda è un’industria particolarmente inquinante ma è anche quella dal cui sistema di vendita globalizzato è più difficile allontanarsi: quali aspetti del ciclo di vita di un capo risultano più critici e come si potrebbe davvero uscire dal ciclo del fast fashion senza impattare eccessivamente sul portafogli?
L’impatto maggiore nel settore della moda nasce dalla sovrapproduzione e dalla brevissima durata d’uso dei capi. Il rapporto Unfit, Unfair, Unfashionable pubblicato qualche anno fa dall’Hot or Cool Institute presso cui lavoro mostra che in media, i consumi in questo settore da parte del 20% più ricco della popolazione genera 20 volte più emissioni rispetto a quello del 20% più povero, evidenziando forti disuguaglianze ed un contributo sproporzionato alle emissioni globali. Riduzioni del 60% o più nei livelli di consumo fashion nei paesi ad alto reddito – come proposto da Hot or Cool – possono sembrare radicali, ma in realtà significherebbero semplicemente tornare ai livelli di consumo pro capite tipici di appena un decennio fa. Il problema è l’aumento rapidissimo e la normalizzazione di consumi molto più elevati, resi possibili dalla diffusione del fast fashion e, più recentemente, dell’ultra fast fashion.
Uscire da questa spirale – il fast fashion – non implica necessariamente maggiori spese per i consumatori: significa comprare meno ma meglio, allungare la vita dei vestiti con design durevoli, riparazioni, uso di capi di seconda mano, e modelli di noleggio abiti. In questo modo i consumatori spesso risparmiano nel lungo periodo, perché riducono la frequenza degli acquisti e ottengono capi di maggiore qualità. Per le case di moda, invece, la sfida è più profonda e radicale: richiede ripensare modelli di business basati sul volume e sulla velocità delle collezioni, orientandosi invece verso qualità, servizi e responsabilità sociale e ambientale lungo l’intera filiera. È un cambiamento che richiede coraggio, ma offre anche un’opportunità: chi saprà guidare questa trasformazione diventerà competitivo in un mercato che sempre più associa la bellezza alla creatività, all’equità e alla sostenibilità.
Se dovesse indicarci tre trend positivi, in ambito di sostenibilità ambientale (a livello locale o globale) quali sarebbero?
- Nuove aspirazioni dei giovani: la Generazione Z non vede più l’auto come status symbol e preferisce l’equilibrio vita–lavoro al solo salario.
- Nuovi indicatori di benessere oltre il PIL: cresce l’interesse di governi e istituzioni per metriche che uniscono prosperità, equità e limiti planetari.
- Sufficienza come stile di vita: si diffondono scelte quotidiane — diete vegetali, mobilità condivisa, consumo consapevole — che riducono la nostra impronta sul pianeta e migliorano la qualità della vita.
Potrebbe consigliarci un libro e un film per avvicinarci o approfondire meglio il suo lavoro?
Un film che consiglierei di vedere per capire meglio il mio lavoro è il documentario Buy Now: l’inganno del consumismo. Questo documentario svela i trucchi che i marchi usano per spingere i clienti a consumare senza sosta, mostrando al tempo stesso il reale impatto di queste dinamiche sulle nostre vite e sul mondo. È un tema strettamente connesso al mio lavoro con l’Hot or Cool Institute, dove ci concentriamo sul contrastare proprio questa visione consumistica che domina le nostre società. Il nostro obiettivo è riallineare gli stili di vita ai limiti del nostro pianeta e ai principi di equità sociale, affinché siano compatibili con i target climatici (1,5 °C), con la salvaguardia della biodiversità – o meglio con la promozione di stili di vita ad impatto positivo sulla natura – garantendo al contempo che tutte le persone possano condurre una vita dignitosa.
Suggerire un libro è invece più difficile. Potrei indicare il nostro flagship report 1.5-Degree Lifestyles: Towards A Fair Consumption Space for All – di cui pubblicheremo la terza edizione nella prima settimana di ottobre – ma temo possa risultare troppo tecnico. Per questo preferisco consigliare l’ultimo libro che ho letto: Hanno vinto i ricchi: Cronache da una lotta di classe di Riccardo Staglianò. Spiega in modo chiaro e appassionante la profonda disuguaglianza che caratterizza la nostra società e come siamo arrivati a questo punto.