1. Nel suo libro Inflamed, lei analizza le connessioni tra colonialismo, sistemi alimentari e salute fisica, con particolare riferimento all’esposizione a patologie infettive che colpiscono in modo sproporzionato gruppi emarginati e svantaggiati. Può spiegarci l’interrelazione tra questi fenomeni?
In Inflamed sosteniamo che i medesimi sistemi che infiammano il corpo infiammano anche il pianeta. L’infiammazione cronica dell’organismo—associata a patologie quali diabete, malattie cardiovascolari e depressione—non è riconducibile esclusivamente a comportamenti individuali, ma è il risultato di forze strutturali: povertà, razzismo, degrado ambientale, cattiva alimentazione, stress ed esposizione a sostanze inquinanti. Questi fenomeni sono espressione diretta di capitalismo, colonialismo e patriarcato: sistemi che organizzano il mondo secondo logiche di sfruttamento e gerarchia.
La stessa logica che alimenta il cambiamento climatico—estrazione incessante, disuguaglianza e “sacrificabilità” di intere popolazioni—genera anche infiammazione. Quando alle comunità vengono negati aria pulita, alloggi dignitosi, cibo nutriente e accesso equo alla sanità, il loro sistema immunitario reagisce con uno stato d’allerta costante e a bassa intensità. L’ingiustizia sociale, dunque, si imprime letteralmente sulla pelle. Il capitalismo non solo produce queste condizioni, ma trae profitto dalle loro conseguenze, guadagnando sia dalla vendita di cibo spazzatura sia dai farmaci utilizzati per curare le malattie che esso stesso ha contribuito a generare.
Inoltre, le risposte alla crisi climatica tendono a rafforzare tali dinamiche: soluzioni tecnologiche calate dall’alto, accrescimento delle disuguaglianze, controllo privato di risorse e territori. Lungi dallo smantellare i sistemi che generano infiammazione, le politiche dominanti li consolidano. Se vogliamo curare i nostri corpi, dobbiamo anche sanare le nostre società: ciò richiede un confronto diretto con i fattori strutturali alla base dei danni biologici ed ecologici.
2. Il concetto di sicurezza alimentare risulta spesso ambiguo, confuso con la semplice disponibilità di grandi quantità di cibo, indipendentemente dalla sua qualità. Perché, secondo lei, il paradigma dominante continua a privilegiare la logica del “più è meglio” rispetto a quella del “meglio è meglio”?
Perché il “più” è facilmente quantificabile, e il profitto si realizza attraverso il volume. Le imprese promuovono la sicurezza alimentare incrementando la produzione di beni alimentari, evitando tuttavia di interrogarsi su aspetti fondamentali: quale tipo di cibo viene prodotto, per chi, e a quale costo ecologico e umano. La questione dell’accesso, elemento cruciale, è sistematicamente omessa.
La fame che affrontiamo oggi non deriva da scarsità di risorse, bensì da disuguaglianze strutturali, eventi climatici estremi e da un sistema alimentare che prospera sullo sfruttamento della manodopera, fino al punto in cui molte persone possono permettersi soltanto cibo di scarsa qualità e basso valore nutrizionale—proprio quello che garantisce i margini di profitto più alti all’industria.
3. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a un rinnovato utilizzo del cibo come strumento di guerra e mezzo per indebolire l’avversario. A suo avviso, è necessario aggiornare i quadri giuridici internazionali per prevenire tali pratiche? Come può essere gestita la distribuzione alimentare nelle zone di conflitto per evitare che essa stessa diventi strumento di oppressione?
L’uso del cibo come arma è una delle strategie più antiche delle guerre imperiali, dai lunghi assedi alle carestie coloniali. Oggi assume nuove forme—blocchi, distruzione mirata di infrastrutture agricole, manipolazione degli aiuti umanitari. I quadri normativi internazionali, come le Convenzioni di Ginevra, risultano sempre più inadeguati di fronte a guerre ibride e crisi alimentari indotte dai cambiamenti climatici.
Non è sufficiente rafforzare i meccanismi di applicazione: è necessario riaffermare il cibo come diritto umano fondamentale. Vorrei sottolineare che gli unici Stati che votano sistematicamente contro il riconoscimento del diritto al cibo presso le Nazioni Unite sono gli Stati Uniti e Israele.
Il problema non è l’assenza di strumenti legali: essi esistono già. È il rifiuto degli Stati di rispettarli e di accettarne le conseguenze a minare l’intero sistema giuridico internazionale.
4. Cosa si intende per “trasformazione del sistema alimentare”? E in che modo la finanza innovativa e l’intelligenza artificiale possono contribuire a sostenere tale trasformazione?
Il termine “trasformazione” è spesso oggetto di appropriazione retorica, e per questo è necessario precisarlo con rigore. Una vera trasformazione del sistema alimentare implica un netto allontanamento dalla logica estrattiva, coloniale e orientata al profitto che caratterizza il modello attuale. Significa costruire sistemi basati sull’agroecologia, sulla sovranità alimentare e sulla cura collettiva.
La finanza e la tecnologia possono svolgere un ruolo ausiliario, purché siano governate in modo democratico. Tuttavia, le basi informative su cui si fonda l’intelligenza artificiale devono provenire dagli stessi agricoltori e lavoratori agricoli che producono quel sapere. In caso contrario, si rischia di intensificare la sorveglianza, automatizzare gli espropri e consolidare il potere delle grandi imprese. L’innovazione deve essere messa al servizio della giustizia, non dell’efficienza fine a sé stessa.
5. Può suggerirci un libro e/o un film che aiutino a comprendere meglio il concetto di un sistema alimentare inclusivo, resiliente, sano e sostenibile?
Una visione speculativa di grande impatto si trova in The Ministry for the Future di Kim Stanley Robinson. Pur non essendo interamente dedicato al cibo, il libro propone una narrazione convincente delle trasformazioni strutturali, politiche e tecnologiche necessarie per affrontare la crisi climatica. Invita a immaginare i cambiamenti capaci di costruire un mondo più giusto e sostenibile, spingendoci oltre i paradigmi attuali.
Per quanto riguarda il cinema, suggerisco The Ants & the Grasshopper, un documentario che ho co-diretto e che segue l’attivista malawiana Anita Chitaya in un viaggio attraverso diversi continenti. Il film affronta le ingiustizie climatiche e mette in luce l’asimmetria di potere e responsabilità all’interno del sistema alimentare. Si tratta di una testimonianza concreta e radicata di ciò che un sistema alimentare inclusivo e resiliente potrebbe e dovrebbe essere—e che molti stanno già costruendo.