Intervista alla Dott.ssa Antonella Fioravanti, Presidente Fondazione Parsec  

  • La scienza sembra sempre più lontana dalla vita dei cittadini, nonostante esistano ripercussioni molto concrete nella vita di tutti i giorni: come si è arrivati a questo punto? 

Credo che siamo arrivati a questo punto per una somma di fattori. Per anni la scienza è stata percepita come qualcosa di “altro”: un linguaggio difficile, chiuso nei laboratori o nelle pubblicazioni accademiche. Nel frattempo, però, la complessità del mondo è aumentata: pandemie, crisi climatica, tecnologia e i cittadini si sono ritrovati a dover prendere decisioni quotidiane che hanno una base scientifica, senza però avere gli strumenti per farlo.

A questo si è aggiunto un problema di fiducia: la scienza si è mossa veloce, ma la comunicazione non ha tenuto il ritmo. E quando la scienza non occupa lo spazio dell’informazione, lo fanno la paura e la disinformazione.

Ma non è “colpa” dei cittadini, né solo degli scienziati. È un cortocircuito culturale in cui hanno avuto un ruolo tutti: la comunità scientifica, che per troppo tempo ha parlato tra sé invece che con le persone; le istituzioni, che non sempre hanno investito nell’alfabetizzazione scientifica; i media, che spesso hanno privilegiato la polemica alla spiegazione; e i social, che amplificano ciò che è semplice, emotivo e polarizzante, tutto il contrario della scienza.

Il risultato è che i cittadini sono stati lasciati soli a navigare nella complessità. Non è un fallimento individuale: è un fallimento di sistema.

La buona notizia? Possiamo correggerlo. Serve un’alleanza: scienziati che parlano in modo chiaro, istituzioni che investono nella conoscenza, media che tornano a essere alleati dell’informazione, e cittadini messi nelle condizioni di capire e partecipare. La distanza che si è creata non è irreversibile, basta scegliere di accorciarla.

  • Il Cambiamento Climatico è uno dei temi su cui la ricerca si è maggiormente applicata al dialogo con le istituzioni e con le persone: come mai esistono ancora scettici e aperti oppositori delle scelte basate su dati scientifici?

Penso che il motivo per cui esistono ancora scettici e oppositori, nonostante decenni di dati solidissimi, sia che il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica: è una questione identitaria, economica e culturale.

Accettare la crisi climatica significa accettare che dobbiamo cambiare stile di vita, modelli economici, priorità politiche. È scomodo. E ogni volta che la scienza ci chiede un cambiamento, c’è sempre una parte della società che resiste.

Poi c’è un tema di psicologia: il clima non parla con il linguaggio delle emergenze a cui siamo abituati. Non c’è un “boom” immediato. È una crisi lenta, cumulativa, apparentemente lontana, anche quando è già qui. Il cervello umano fatica a percepire i pericoli che avanzano gradualmente.

A questo si aggiunge la disinformazione organizzata. La negazione del cambiamento climatico non è mai stata un fenomeno spontaneo: per anni è stata alimentata da interessi economici, campagne di manipolazione e gruppi che avevano molto da perdere dal cambiamento. Ancora oggi, una parte della comunicazione pubblica è inquinata da messaggi che seminano dubbio anche dove la scienza è granitica.

E infine, c’è un tema di fiducia. La scienza parla per dati, ma le persone prendono decisioni soprattutto in base alle emozioni, all’identità, alla comunità a cui sentono di appartenere. Se la scienza non riesce a entrare in quel sistema di valori, resta fuori dalla conversazione.

Il punto è che la scienza sul clima non ha un problema di prove: ha un problema di ascolto, di fiducia, di narrazione. E proprio per questo, oggi più che mai, dobbiamo affiancare ai dati le storie, il dialogo e la capacità di spiegare alle persone come la crisi climatica entra nelle loro vite, e soprattutto come possono contribuirne alla soluzione.

In questo 2025 non basta più produrre conoscenza, se quella conoscenza non riesce ad arrivare alle persone e a trasformarsi in scelte concrete, prima che le crisi gigantesche che stiamo affrontando (climatica, sanitaria, ambientale , energetica, di approvvigionamento di cibo e acqua) travolgano la nostra specie e il futuro dei nostri figli. La scienza da sola non basta: serve il coraggio di metterci la faccia, di uscire dai laboratori, di parlare con chiarezza e onestà.
Da scienziata e da mamma sento che questo è il mio dovere: trasformare ciò che sappiamo in ciò che possiamo cambiare, adesso.

  • Esistono casi vincenti, positivi, di dialogo tra scienza e istituzioni a cui potersi ispirare oggi? Potresti farci alcuni esempi?

Assolutamente sì, ci sono diversi esempi positivi che dimostrano che la scienza può dialogare efficacemente con le istituzioni e portare risultati concreti.

Prendiamo ad esempio il buco dell’ozono: negli anni ’80 la comunità scientifica ha studiato e denunciato l’uso massiccio dei CFC. Grazie a un dialogo rapido e chiaro con governi e istituzioni internazionali, è stato adottato il Protocollo di Montreal, che ha permesso di far rinascere lo strato di ozono. Un successo straordinario di scienza che ha salvato il pianeta.

Un altro caso è la lotta alla poliomielite. Grazie agli studi scientifici, ai programmi sanitari e al supporto di organizzazioni civili come Rotary International, dal 1988 l’Iniziativa Globale per l’Eradicazione della Poliomielite ha ridotto i casi del 99,9% a livello mondiale, salvando milioni di bambini dalla morte o da disabilità gravi.

E poi, anche sul cambiamento climatico, ci sono esempi virtuosi locali: città e regioni che hanno adottato politiche basate su dati scientifici, accelerando la transizione energetica, proteggendo ecosistemi e investendo in infrastrutture sostenibili. Non sono solo numeri: sono comunità che dimostrano come il dialogo tra scienza e istituzioni possa tradursi in azioni concrete e salvavita.

Questi esempi ci insegnano una cosa fondamentale: la scienza può guidare il cambiamento, ma solo se viene ascoltata e tradotta in decisioni coraggiose. E non c’è tempo da perdere

  • La specie vivente più diffusa al mondo è quella dei micro-organismi: come risentono del cambiamento climatico?  

Il cambiamento climatico non sta trasformando solo il mondo che vediamo: sta rivoluzionando anche quello invisibile dei microbi, con conseguenze dirette sulla nostra salute. Lo scioglimento dei ghiacci libera microrganismi antichi: alcuni già patogeni, altri potenzialmente pericolosi, molti dei quali possiedono resistenze agli antimicrobici che utilizziamo oggi. Queste masse di microbi finiscono poi negli oceani e nei corsi d’acqua.

L’aumento della temperatura terrestre riscalda gli oceani e alimenta eventi meteorologici estremi. I dati raccolti fin dagli anni ’80 ci dicono che dopo disastri di questo tipo si registrano puntualmente picchi di infezioni gastrointestinali e respiratorie nelle popolazioni colpite. Allo stesso tempo, il caldo spinge vettori di malattie infettive, come zanzare e zecche e i loro serbatoi naturali, dagli uccelli ai piccoli mammiferi, a spostarsi verso aree prima considerate sicure. Così malattie un tempo confinate in specifici ecosistemi possono raggiungere nuove regioni e nuove comunità. I microbi, contrariamente a noi, si adattano facilmente al clima e l’ambiente che cambia, imparando a crescere a temperature più alte diventano più capaci di colonizzare ambienti caldi come il nostro corpo. Inoltre, il calore accelera i meccanismi molecolari con cui i batteri si scambiano i geni di resistenza, rendendoli sempre più insensibili ai farmaci di cui disponiamo. La crisi climatica sta dunque diventando anche una crisi microbica. Ecco perché dobbiamo agire subito, prima che la crisi si trasformi in emergenza.

  • Puoi raccontarci qualche scoperta particolarmente sorprendente o incoraggiante della tua ricerca?

Sono una scienziata molto fortunata. Tra le scoperte che mi hanno più emozionata nella mia carriera c’è quella realizzata in collaborazione con un gruppo di ricerca all’Ospedale Meyer di Firenze, dove abbiamo identificato mutazioni in un adulto considerato autistico da sempre, che in realtà erano legate a una malattia metabolica trattabile. Grazie a questo lavoro interdisciplinare, siamo riusciti a intervenire concretamente, cambiando la vita di quella persona. Accanto a questo, ho messo a punto nanobodies con funzione antimicrobica, piccole molecole capaci di combattere batteri resistenti agli antibiotici o privi di cura e di fatto mettendo appunto una cura innovativa per l’antrace. Ma non solo, ho scoperto e descritto per la prima volta l’esoscheletro dei batteri e il ruolo dell’epigenetica nel loro ciclo cellulare, conoscenze fondamentali per nuove terapie.

Queste scoperte mi ricordano ogni giorno che l’infinitamente piccolo può avere un impatto gigantesco sulla vita delle persone e sulla salute del nostro pianeta. La scienza non è astratta: salva vite e può cambiare il nostro futuro.

  • Ci consiglieresti un libro e un film a tuo parere indispensabili per capire il valore del tuo lavoro oggi?  

Partirei dal mio libro “Viaggio nel mondo invisibile” (Fioravanti A., 2025, Aboca Edizioni), perché è un inno alla scienza e un appello alla responsabilità collettiva. Nasce da un atto d’amore verso l’umanità e dalla convinzione che la conoscenza sia lo strumento più potente che abbiamo per affrontare il nostro tempo. Racconta il mondo dei microbi e delle connessioni invisibili che regolano la vita sul pianeta e la nostra salute, e ci invita a comprendere quanto ciò che non vediamo determini tutto ciò che vediamo.

È particolarmente importante oggi, in un momento storico segnato da crisi climatiche, energetiche, guerre, emergenze sanitarie e problemi di accesso a cibo e acqua. Il libro è un invito ad agire insieme: la scienza fornisce dati e conoscenza, ma spetta ai cittadini pretendere dai decisori politici che queste informazioni vengano tradotte in scelte concrete e lungimiranti. Agire con consapevolezza e responsabilità significa fare sentire la propria voce, chiedere politiche basate sull’evidenza e proteggere il futuro comune.

Accanto a questo, consiglierei anche un altro libro, The Gene: An Intimate History di Siddhartha Mukherjee, che mostra come la conoscenza dei geni possa trasformare vite, e un film, Contagion di Steven Soderbergh, che evidenzia quanto il lavoro scientifico invisibile sia fondamentale per affrontare crisi globali.

Queste opere insieme ricordano che studiare l’infinitamente piccolo non è astratto: è la chiave per proteggere e cambiare il mondo, ma solo se cittadini, scienziati e decisori politici agiscono insieme.