Cosa si intende per community engagement in architettura?
È un tema molto complesso. La risposta più semplice è la condivisione del progetto con la comunità locale ma questa accezione è stata molto abusata. Si tratta di pensare un progetto in modo condiviso, in cui tutti gli stakeholder partecipino all’avventura del progetto. Ti faccio tre esempi:
- Il nostro progetto all’isola di Sant’Erasmo: il team di lavoro era composto dagli ingegneri che si occupavano della parte infrastrutturale, della sicurezza e dei computi e dagli architetti che lavoravano più sulla parte soft, ossia mettere il progetto in dialogo con il contesto dal punto di vista geografico, topografico, la scelta dei materiali, ma anche dal punto di vista sociale, costruire un paesaggio sensibile alle aspettative dei 800 abitanti dell’isola. Eravamo in un contesto dove l’acqua alta del 1966 aveva fatto proliferare muri di difesa dall’acqua alta ovunque, col risultato che gli abitanti avevano perso il rapporto con l’acqua, trasformando l’isola un una serie di piccole fortezze senza relazione con la laguna. Riconquistare il rapporto con l’acqua era per tutti loro una priorità: sfagliando i bordi dell’isola, abbiamo trasformato un limite in uno spazio ottenendo al contempo la difesa dall’acqua alta e recuperando l’accessibilità alla laguna. Il Community engagement è quindi un modo che ci permette di conoscere i problemi a fondo, senza delegare agli stakeholder le soluzioni, ma mantenendo la responsabilità di chi sceglie la soluzione tecnica e la forma dello spazio a tutte le scale, dal paesaggio alla città all’edificio.
- Progetto per la scuola di Alzano Lombardo: per noi le scuole sono spazi aperti alla comunità oltre l’orario scolastico. Per noi l’architettura è un atto politico, nel senso che lavora con e per la polis, la comunità. Abbiamo messo in rete le associazioni che avrebbero potuto usufruire degli spazi, aprendo la scuola e le sue strutture alla multifunzionalità, disegnando spazi che si possono modificare a seconda di chi li usa nelle diverse ore del giorno e della sera. Anche il racconto del processo del progetto è un elemento importante di condivisione. In questo senso, abbiamo coinvolto una illustratrice di libri per bambini – Roberta Gorni– che ha illustrato un racconto scritto da noi con la costruzione della nuova scuola, e con un linguaggio grafico e un racconto comprensibili a tutti. E’ così che si aumenta l’affezione (la ownership) per le cose pubbliche, per gli ambienti delle comunità.
- Museo GAMeC a Bergamo: abbiamo aperto un Open Table in cui settimanalmente tutti gli stakeholder si confrontavano sul progetto e le sue criticità e da questo continuo dialogo insieme sono state trovate le soluzioni.
Si parla molto spesso di Impactful Design. Cosa significa questo termine, tralasciando l’Hype che lo caratterizza?
Il design ad impatto è quello che ti permette di rafforzare l’identità di un luogo. In altre parole si risponde alla domanda: perché attraverso un progetto di architettura io dovrei sentirmi di appartenere a quel luogo? E qui entrano in gioco diverse componenti: la luce, il well-being, gli aspetti sociali, la storia, la luce, i materiali, ecc. L’impatto è massimo se il design riesce ad intercettare il genus loci, ossia immaginare il luogo dove si vive e si opera come un ponte tra la tradizione e la contemporaneità lavorando per costruire l’eredità futura. I linguaggi, le forme e le tecniche rifletteranno l’epoca contemporanea ma con profonde radici nella tradizione e con gli stessi valori. Chi fa design ad impatto è un traduttore di contesto: conosce il DNA di un luogo e lo traduce in un altro tempo e in un’altra forma. Ti faccio un esempio: abbiamo lavorato al rifacimento della scuola di Alzano Lombardo, un luogo famoso per la produzione di cemento bianco, con un importante passato industriale. Occorreva ripensare la scuola locale, fatiscente. Abbiamo tradotto il passato industriale disegnando uno spazio interno illuminato zenitalmente da shed come nei capannoni industriali del passato, abbiamo innestato una rampa-gioco in un modo allegra, giocosa, imprimendo sul muro in cemento armato rosso con inserti a vista (a memoria dei tipici muri di contenimento della Val Seriana) gli animali del famoso puzzle in legno disegnato da Enzo Mari per Danese nel 1957. L’idea era di ottenere una stratificazione di elementi riferiti al genus loci che generassero felicità, crescendo i bambini nel bello.
L’architettura è una disciplina multidisciplinare, così come lo sono alcuni dei più grandi problemi globali, ad esempio il Cambiamento Climatico. Pensa che questa sistematicità possa essere una vera risorsa o sia ancora un ostacolo in quanto genera complessità e onerosità nel lavoro di istituzioni e finanziatori?
Nelle materie multidisciplinari come l’architettura il tema è il coordinamento efficace tra le discipline. La rilevanza del coordinamento avviene a vari livelli. L’esempio delle scuole è cruciale. Esse sono già una rete, un sistema, quindi connetterle tra loro in rete permette di potenziare la comunità dei giovani: non tutte le scuole devono avere la propria palestra e il proprio auditorium. Ci si può organizzare per sfruttare a turno quelli presenti sul territorio, dando la possibilità di venire usati massicciamente e non solo durante le ore di lezione in ottica di sharing economy. Le faccio l’esempio di Londra, dove ho abitato: per ogni londinese esistono 40 mq di spazio pubblico (musei e parchi ben manutenuti), il ché significa che anche chi ha una casa minima può beneficiare di uno spazio raddoppiato.. A questo serve riprogettare le nostre città, ne abbiamo le possibilità ma ci fermiamo a considerarle basate su un tipo di fruizione a favore del pendolare maschio che si muove in macchina tutti giorni. Le città devono essere disegnate mettendo in primo piano i soggetti più deboli. Su questo la condizione climatica ci offre delle sfide: abbiamo ancora città senza alberi! Di nuovo, per attivare queste visioni occorrono però risorse e coordinamento: chi fa infrastrutture deve parlare con chi gestisce gli spazi verdi pubblici, prima di iniziare a lavorare sui progetti specifici. In Italia manca totalmente una buona programmazione e un buon management.
Ci può consigliare un film o una lettura che ci aiuti a capire il suo mondo e i temi che le stanno più a cuore?
Certo, volentieri! Come lettura vi consiglio un libro sulle neuroscienze in dialogo con la filosofia buddista. Si chiama “Beyond the Self” di Matthew Ricard e Wolf Singer. Come film vi consiglio il film di Walt Disney Wall-e, un’animazione di grande speranza, che ci racconta come se lavoriamo da soli non riusciremo a far funzionare le cose, mentre se ci scopriamo come comunità restituiremo un mondo migliore alle generazioni future… in fondo è per questo che noi donne siamo madri!