Mkuki na Nyota è una casa editrice indipendente, fondata nel 1981 in risposta all’assenza di un’editoria locale di qualità in Tanzania. Abbiamo posto al direttore della casa editrice una serie di domande sull’indipendenza della letteratura africana.
A quattro decenni dalla fondazione, quali sono le principali lezioni apprese dall’esperienza e cosa considerate la minaccia più significativa allo spirito di indipendenza che ha dato origine alla vostra realtà editoriale?
Una delle principali lezioni che abbiamo imparato è che la passione e un profondo impegno verso la propria missione sono forse le più grandi fonti di resilienza. Sono ciò che ti sostiene nelle difficoltà finanziarie e nelle molte altre sfide che si incontrano lungo il percorso. Quel senso di missione diventa una sorta di bussola, che ricorda continuamente il motivo per cui si svolge questo lavoro. In un certo senso, è anche una forma di capitale silenzioso.
L’editoria è un settore impegnativo, e lo è ancora di più in Africa. Ci confrontiamo con la pirateria, con i limiti del mercato della lettura e con una concorrenza crescente per l’attenzione delle persone da parte dei social media, delle piattaforme di streaming e, ormai, dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. In un contesto simile, l’impegno verso la missione è parte di ciò che tiene in vita un’istituzione.
Allo stesso tempo, credo che la pressione finanziaria sia forse la minaccia più grande all’indipendenza. Un editore indipendente deve bilanciare costantemente la libertà di scegliere cosa pubblicare con la necessità di rimanere sostenibile dal punto di vista finanziario. Questa pressione può spingere a pubblicare solo progetti commercialmente attraenti, oppure a dipendere da progetti pre-finanziati, in cui il finanziatore può influenzare l’opera. La sfida, quindi, è rimanere sostenibili dal punto di vista finanziario senza permettere che la necessità economica determini completamente le proprie scelte editoriali.
Pubblicate sia in inglese sia in kiswahili e avete recentemente tradotto in swahili un romanzo del premio Nobel Abdulrazak Gurnah — uno scrittore tanzaniano che scrive in inglese per editori britannici. La questione della lingua in cui le opere letterarie vengono prodotte e diffuse vi appare come un paradosso, oppure piuttosto come qualcosa che rivela le strutture più profonde dell’industria editoriale?
Prima di vincere il premio Nobel, Abdulrazak Gurnah non era molto conosciuto in Tanzania. Ha scritto ampiamente della Tanzania, di Zanzibar e della costa dell’Africa orientale, ma i suoi romanzi sono stati scritti in inglese e pubblicati principalmente attraverso l’industria editoriale britannica.
La Tanzania, invece, è una società prevalentemente di lingua kiswahili, e gran parte della letteratura fruita dalla maggioranza della popolazione è proprio in kiswahili. La lingua è quindi diventata un confine tra la sua opera e molti dei lettori più vicini ai luoghi e alle esperienze di cui scriveva. Il paradosso più ampio è che gli scrittori africani che lavorano in inglese o in francese hanno accesso a industrie e infrastrutture editoriali molto più ampie rispetto a chi scrive in lingue africane. Di conseguenza, la letteratura in queste lingue ha spesso maggiori possibilità di circolazione e riconoscimento internazionale. Ma quali possibilità di riconoscimento internazionale esistono per uno scrittore africano che scrive in una lingua africana? Come fa l’ambiente letterario internazionale a scoprire e valutare opere scritte in kiswahili o in altre lingue africane? Dispone davvero delle infrastrutture, delle traduzioni e delle reti necessarie anche solo per venire a conoscenza di queste opere?
Queste domande riflettono l’eredità del colonialismo e le disuguaglianze ancora presenti nel potere culturale. Le istituzioni occidentali continuano ad avere un’influenza considerevole su quali autori vengono riconosciuti, tradotti, premiati e inseriti nel canone letterario globale. La lingua, quindi, non è semplicemente un mezzo di espressione. Riguarda anche l’accesso, la circolazione e, in ultima analisi, chi ha il potere di conferire visibilità e riconoscimento.
Avete lanciato Digidigi (https://mkukinanyota.com/digidigi-audiobook-platform/), una piattaforma di audiolibri. Credete che le tecnologie digitali e le piattaforme proprietarie possano fungere da leva per ridurre la dipendenza dai circuiti editoriali anglofoni, oppure esiste il rischio di replicare online le stesse asimmetrie di potere che caratterizzano il mercato fisico?
Credo che questa sia meno una questione di tecnologia in sé e più una questione di come raggiungiamo, facciamo crescere e coltiviamo il nostro pubblico.
Gran parte dell’infrastruttura editoriale sviluppatasi in Africa è nata attorno all’editoria scolastica e al mercato pronto creato da scuole e programmi didattici. La priorità era in larga misura estrarre valore commerciale da quel mercato, piuttosto che costruire un ecosistema letterario olistico e sostenibile capace di nutrire gli scrittori, formare i lettori, promuovere forme di scrittura diverse e costruire una cultura attorno alla letteratura.
Se ci limitiamo a usare le tecnologie digitali per riprodurre quei modelli esistenti, rischiamo di trasferire gli stessi limiti in un nuovo ambiente. L’opportunità offerta dalla tecnologia digitale non è semplicemente digitalizzare l’editoria, ma ripensare l’infrastruttura letteraria attorno alle realtà del pubblico che vogliamo servire. Per noi, questo significa partire dalla Tanzania, dove abbiamo sede, per poi estenderci all’Africa orientale e alla regione più ampia. Dobbiamo capire come le persone accedono realmente alle storie e le fruiscono, in particolare i pubblici meno serviti. Come fa una persona in un’area rurale, senza accesso a una libreria, a entrare in contatto con la letteratura? Quali tecnologie e sistemi di pagamento le persone già usano e di cui si fidano?
Ma l’accesso da solo non basta. Dobbiamo anche coltivare la letteratura come forma d’arte e come attività culturale, al di là dell’idea puramente utilitaristica della lettura come mezzo per acquisire conoscenza. Questo significa creare spazi in cui lettori e scrittori possano incontrarsi, in cui i libri possano essere discussi, messi in scena e celebrati, e in cui le comunità possano svilupparsi attorno alla letteratura. Le piattaforme digitali possono far parte di questo ecosistema, accanto a iniziative fisiche come letture, eventi con gli autori e incontri letterari.
Dobbiamo costruire modelli di distribuzione e di business attorno a queste realtà, creando al tempo stesso sistemi che ricompensino equamente i creatori e sostengano l’ecosistema letterario nel suo complesso. Se partiamo dal pubblico e dalla cultura che vogliamo coltivare, anziché dalla tecnologia in sé, credo che abbiamo molte più possibilità di creare qualcosa di sostenibile. È la tecnologia che deve seguire i bisogni del pubblico, e non il contrario.
Nel lungo termine, quale forma di alleanza ritenete essenziale per preservare l’autonomia dell’editoria africana: una maggiore cooperazione tra editori del continente, politiche pubbliche più solide, reti di distribuzione indipendenti, oppure nuovi modelli economici?
Credo che la cosa più importante sia una cooperazione più forte tra gli editori africani in tutto il continente. Questo può includere accordi di co-edizione che facilitino la circolazione delle storie attraverso i confini, così come una maggiore cooperazione nella cessione dei diritti, sia all’interno della stessa lingua sia attraverso la traduzione. Questo amplierebbe la gamma di letteratura disponibile nei mercati africani e permetterebbe alle storie pubblicate in una parte del continente di raggiungere i lettori in un’altra. Molti di noi affrontano sfide simili, e siamo in una posizione più forte se collaboriamo per risolverle.
Come possiamo spostare i libri fisici attraverso i confini in modo più efficiente? Gli editori potrebbero condividere i file e stampare localmente in mercati diversi anziché spedire i libri su lunghe distanze? Quali modelli possiamo sviluppare insieme per rendere più sostenibile la circolazione della letteratura africana?
Le reti di distribuzione indipendenti sono importanti, ma credo che molte di queste strutture possano nascere da una collaborazione più forte tra editori. Per me, la collaborazione è il fondamento. Una maggiore autonomia nascerà dalla costruzione di relazioni e sistemi pratici che permettano ai nostri libri, alle nostre lingue e alle nostre storie di circolare più liberamente in tutto il continente.