Siamo lieti di avere l’opportunità di dialogare con uno studioso e ufficiale pubblico la cui opera si è interamente dedicata alla preservazione della cultura, della memoria e della dignità umana in alcune delle circostanze più difficili degli scenari attuali. Siamo grati che abbia accolto il nostro invito. Le domande che riportiamo in questo scambio sono impegnative. Non riguardano la politica in senso stretto, bensì ci interpellano in quanto esseri umani: ciò che abbiamo perduto, i sistemi che hanno eroso la nostra capacità di ascoltare, di vedere e di scegliere ciò che è giusto e corretto.
I social media hanno costruito ecosistemi in cui gli individui sono esposti soltanto a ciò in cui credono già — le cosiddette “echo chamber”. Ciò che colpisce in modo particolare, tuttavia, è che il discorso politico stesso ha adottato in misura crescente la medesima logica: l’ipersemplificazione di realtà complesse, la radicalizzazione dei messaggi e la designazione di un nemico. In quanto studioso e intellettuale, a quale punto ha riconosciuto che questo modello comunicativo si stava consolidando? E in quale misura ritiene che abbia reso l’intollerabile possibile — o quantomeno sopportabile?
Credo fermamente che il dialogo autentico richieda molto più della semplice connessione. Esso dovrebbe implicare umiltà intellettuale, coraggio morale e la disponibilità a confrontarsi con la diversità senza ostilità. Se i social media devono contribuire a unire l’umanità anziché frammentarla, devono promuovere la riflessione critica, l’empatia e l’esposizione a punti di vista differenti, invece di limitarsi a fornire agli individui ciò che già desiderano sentire. Per evitare l’iper-semplificazione di realtà complesse, è necessario uscire dagli schemi di pensiero abituali e mettere sinceramente in discussione ciò che si dà per scontato.
Ho iniziato a percepire chiaramente questa trasformazione quando il dibattito pubblico, in tutte le sue forme, si è progressivamente allontanato da una comprensione fondata sull’oggettività, sulla giustizia e sull’umanità condivisa, per orientarsi verso la mobilitazione emotiva, l’odio cieco, le narrazioni basate sulla paura e la costruzione di un “nemico”. In questo contesto, la complessità della natura umana viene percepita come una debolezza, mentre la semplificazione brutale e l’immediatezza emotiva diventano gli strumenti dominanti dell’influenza politica e mediatica.
Ciò che mi preoccupa maggiormente non è soltanto il fenomeno delle “echo chamber”, ma il modo in cui la disumanizzazione è diventata normale attraverso il linguaggio stesso. La storia dimostra che le grandi tragedie iniziano con le parole prima di trasformarsi in azioni. Come ammoniva la filosofa Hannah Arendt: «La forma più pericolosa del male è quella che diventa ordinaria e accettabile». Quando la sofferenza umana viene ridotta a numeri o a titoli di giornale, le società perdono gradualmente la propria sensibilità morale nei confronti del dolore umano. Si comprende la profondità di questa crisi quando influenzare le emozioni diventa più importante della verità e quando l’obiettivo si sposta dalla comprensione della realtà alla mobilitazione delle persone. Questo rappresenta al tempo stesso un fallimento intellettuale e morale.
Credo inoltre che le università e gli intellettuali abbiano la responsabilità di difendere il pensiero critico e preservare la dimensione umana del dibattito pubblico. Le società che perdono empatia e capacità di dialogo rischiano di perdere la propria umanità. Come affermò Nelson Mandela: «Nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della sua pelle, il suo background o la sua religione. Le persone imparano a odiare e, se possono imparare a odiare, possono anche essere educate ad amare».
Lei ha ricoperto la carica di Ministro dello Sviluppo Sociale palestinese dal 2015 al 2019, per poi guidare la più grande università della Palestina. In quegli anni, cosa ha significato preservare e coltivare la cultura, l’istruzione e la coesione sociale? E oggi, testimoniando ciò che si sta compiendo, cosa ritiene sia andato irrimediabilmente perduto — non solo sul piano materiale, ma anche sul piano della memoria, della narrazione, dell’identità e della stessa possibilità di immaginare un futuro?
Quando assunsi la responsabilità del Ministero degli Affari Sociali (nel 2015) e successivamente del Ministero dello Sviluppo Sociale (come venne ribattezzato), l’attenzione era concentrata principalmente sugli aiuti economici, senza affrontare le cause profonde della povertà. Per questa ragione avviammo una revisione complessiva della filosofia e della visione del Ministero, costituendo gruppi di lavoro specializzati con l’obiettivo di trasformare la società da una cultura della dipendenza e del bisogno a una cultura dell’emancipazione, della produttività e dell’autosufficienza. Per questo motivo, in collaborazione con i nostri partner, modificammo la denominazione del Ministero da “Ministero degli Affari Sociali” a “Ministero dello Sviluppo Sociale”, affinché riflettesse la nuova visione.
Le persone non hanno bisogno soltanto di assistenza, ma anche di opportunità, dignità e della capacità di costruire il proprio futuro. Come affermò Mahatma Gandhi: «La povertà è la peggiore forma di violenza». Il nostro obiettivo era affrontare la povertà multidimensionale, rafforzare le persone più vulnerabili e promuovere sostenibilità, lavoro e produttività invece di una dipendenza a lungo termine dagli aiuti. Per noi, il vero sviluppo sociale significava liberazione dalla povertà, dall’ignoranza e dall’ingiustizia; significava anche proteggere la dignità e rafforzare la resilienza. Abbiamo sostenuto le famiglie più vulnerabili, promosso l’emancipazione delle donne e dei giovani e migliorato i sistemi di protezione sociale. Il vero sviluppo non è soltanto una questione economica: significa vivere con dignità, stabilità e speranza.
In Palestina, lo sviluppo è anche una questione di sopravvivenza. Sostenere le famiglie, preservare le iniziative culturali, valorizzare le donne e investire nelle nuove generazioni rappresentano tutte forme di resistenza alla disperazione e di tutela dell’identità collettiva. Come osservò Edward Said: «La lotta non riguarda soltanto la terra, ma anche la narrazione e la memoria».
Credo fermamente che le società vivano tanto attraverso la propria memoria quanto attraverso le proprie istituzioni. Quando le persone perdono le loro case, le scuole, i quartieri e i centri culturali – ossia gli stessi luoghi in cui i ricordi vengono creati e trasmessi tra le generazioni – la perdita assume una dimensione profondamente umana e civile prima ancora che materiale. Per questo motivo, la ricostruzione non dovrebbe mai limitarsi alla ricostruzione di edifici e infrastrutture; dovrebbe invece iniziare dalla tutela della dignità umana e dalla garanzia della sicurezza sociale ed economica, quali fondamenti indispensabili per preservare l’identità, la narrazione e i legami umani.
Ho sempre creduto che la perdita della dignità, della sicurezza alimentare e della stabilità sociale conduca progressivamente al disimpegno dalla vita pubblica e, in ultima analisi, all’erosione stessa del senso di appartenenza. Questo è il pericolo più grande, perché la perdita più devastante che un popolo possa subire non è semplicemente quella della terra o delle infrastrutture, bensì la frammentazione della memoria collettiva e della fiducia nel proprio futuro.
Nonostante tutto, l’esperienza ha dimostrato che il popolo palestinese rimane profondamente legato alla propria storia e alla propria identità. Le nuove generazioni continuano a portare avanti questa narrazione. Come scrisse Mahmoud Darwish: «Su questa terra c’è ciò che merita di vivere». Per molti aspetti, questa frase racchiude l’essenza stessa dell’intera narrazione palestinese.
Se dovesse indicare un cambiamento concreto — nell’istruzione, nel giornalismo o nelle istituzioni culturali — che potrebbe restituire alle persone la capacità di fermarsi, quale sarebbe?
Ritengo che il cambiamento più importante sarebbe restituire al discorso pubblico il suo contesto morale e umano. I media contemporanei tendono a presentare la sofferenza per frammenti — statistiche prive di volti, titoli privi di memoria, immagini prive di contesto storico ed etico. Col tempo, questo processo può normalizzare la tragedia e affievolire la nostra sensibilità morale. La filosofa Hannah Arendt aveva messo in guardia contro il fatto che alcuni dei più gravi pericoli politici derivano dalla progressiva perdita della nostra capacità di pensare eticamente agli altri.
Nello stesso spirito, Albert Camus ci ricordava che la vera generosità verso il futuro comincia dal modo in cui rispondiamo al presente. L’istruzione dovrebbe dunque mirare non solo a formare professionisti competenti, ma anche cittadini eticamente consapevoli. La storia andrebbe insegnata attraverso l’esperienza umana — individuale e collettiva — non meno che attraverso guerre, frontiere e trattati.
Credo che ogni università, ogni redazione e ogni istituzione culturale dovrebbe istituzionalizzare spazi in cui le persone possano confrontarsi in modo profondo e critico con le storie umane: la letteratura, la testimonianza, il cinema documentario, la filosofia, la storia e il dialogo autentico attraverso le differenze. Non per produrre consenso, ma per formare la coscienza. Il giornalismo dovrebbe resistere alla tentazione di ridurre le persone a numeri o a tendenze effimere. Il problema oggi non è che l’umanità manchi di informazioni. Siamo sommersi da informazioni, provenienti dai più svariati mezzi di comunicazione. La crisi più profonda è di natura spirituale e morale: le persone stanno perdendo la capacità di sentirsi responsabili di fronte a una sofferenza che si ripresenta incessantemente davanti ai loro occhi. Le istituzioni culturali dovrebbero creare spazi in cui le persone possano davvero incontrare le storie altrui e riconoscere una dignità e una vulnerabilità condivise. L’indifferenza nasce nel momento in cui la sofferenza diventa astratta. La risposta non sta nella sola quantità di informazioni, ma in una più solida immaginazione morale — nella capacità di riconoscerci nell’esperienza degli altri. Se riusciamo a ripristinare quella pausa — quel momento in cui una persona vede ancora nell’altro un essere umano, e non una statistica, un nemico o un’immagine distante, ma un essere pienamente umano — allora l’indifferenza diventa più difficile e la complicità diventa moralmente insostenibile.
Come scrisse Dostoevskij, «Ognuno di noi è responsabile di tutti». Credo che le civiltà debbano essere giudicate in ultima istanza in base alla loro capacità di preservare quello spazio interiore della coscienza, anziché distruggerlo attraverso il rumore, la paura, la propaganda e lo sfinimento. Ritengo tuttavia che nessuna riforma esterna significativa possa durare se non produce un cambiamento nell’essere umano stesso. Le leggi possono regolare i comportamenti, le istituzioni possono plasmare i sistemi e i media possono influenzare le percezioni, ma la vera trasformazione morale ha origine nel sè interiore — nella consapevolezza, nella convinzione, nell’empatia e nel coraggio di esaminare la propria coscienza. Una società non può diventare più umana se i suoi individui sono emotivamente disconnessi dalla sofferenza degli altri. Nel complesso, nell’ambito dell’istruzione, questo significa insegnare agli studenti non solo come avere successo, ma come riconoscere la dignità. Nel giornalismo, significa restituire profondità alla velocità, e verità umana allo spettacolo. Nella cultura, significa difendere un’arte che umanizza anziché anestetizzare. È inquietante osservare come persone comuni gradualmente normalizzino il fatto di essere testimoni della sofferenza altrui, come è accaduto a Gaza. Ciò che protegge le società non è dunque soltanto l’informazione, ma l’empatia e la riflessione morale — la capacità di fermarsi e domandarsi: Cosa significa questa sofferenza per la nostra umanità comune?
Molti individui si sentono impotenti da soli, convinti che la loro voce abbia scarso peso. Eppure, quando partecipano a proteste o movimenti collettivi, si trovano spesso assorbiti da agende politiche che non li rappresentano davvero. Questo genera un dilemma paralizzante per la partecipazione civica. A suo avviso, esiste un modo efficace per trasformare un diffuso malcontento pubblico in una pressione genuina sui decisori politici, senza che venga cooptato o neutralizzato dagli stessi sistemi che intende sfidare?
Questo è uno dei dilemmi morali e politici centrali del nostro tempo. Molte persone si sentono intrappolate tra due realtà difficili: da soli si sentono impotenti; insieme, temono di essere assorbite da agende politiche che non rappresentano pienamente. Eppure un’azione civica significativa è ancora possibile quando i movimenti preservano chiarezza etica, indipendenza intellettuale e responsabilità sociale nel lungo periodo. Una pressione reale per il cambiamento raramente nasce dalla sola emozione. Emerge quando la società civile, le università, le organizzazioni sindacali, i giornalisti, gli artisti, gli operatori del diritto e le comunità di base mantengono forme di impegno che i sistemi politici non possono ignorare facilmente. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente la visibilità, ma la credibilità, la continuità e la coerenza morale. Vaclav Havel parlava del «potere dei senza potere» — l’idea che la verità, la coscienza e l’integrità civica possano rimodellare progressivamente la vita pubblica, anche sotto Sistemi che sembrano inamovibili. Le persone dovrebbero inoltre resistere all’idea che la partecipazione abbia valore solo se i risultati sono immediati. Molti dei più importanti traguardi dell’umanità sono stati conquistati attraverso lunghi periodi di paziente perseveranza morale. Oggi, uno dei pericoli più grandi è lo sfinimento, il cinismo e la commercializzazione dell’indignazione. Le democrazie e le istituzioni possono sopravvivere solo se gli spazi indipendenti di riflessione etica e civica rimangono vivi al di là della polarizzazione e della manipolazione. Come disse Martin Luther King Jr., «L’arco dell’universo morale è lungo, ma piega verso la giustizia».
Potrebbe consigliare un libro e/o un film che possa aiutare il pubblico internazionale a comprendere le dimensioni storiche, umane e politiche di ciò che si vive in una zona di guerra?
Libro consigliato: Consiglierei La questione palestinese perché è molto più di un testo politico. È un tentativo profondamente intellettuale e umano di restituire visibilità, dignità e voce storica a un popolo di cui si parla spesso, ma che non viene ascoltato a sufficienza. Edward Said non affronta la Palestina unicamente come una questione territoriale o diplomatica. La tratta come una questione di umanità, memoria, rappresentazione e riconoscimento morale. Ciò che rende il libro influente è la sua serietà intellettuale e il suo tono civile. Said scrive attraverso la ricerca accademica, la letteratura, la filosofia e la riflessione storica, non attraverso l’odio o la vendetta. Nel suo nucleo più profondo, il libro insiste sul fatto che i palestinesi non sono semplicemente una statistica demografica o una questione geopolitica, ma esseri umani dotati di storia, cultura, aspirazioni, sofferenza e del desiderio universale di dignità e appartenenza. Il libro costruisce anche ponti tra mondi diversi: Said si esprime in un linguaggio accessibile al pubblico internazionale, rimanendo al contempo profondamente radicato nell’esperienza palestinese. È importante sottolineare che La questione palestinese non chiede semplicemente ai lettori di «schierarsi». Li invita a riflettere criticamente su come viene narrata la storia, quali voci vengono amplificate o messe a tacere e come il potere plasma la comprensione pubblica.
Film consigliato: Consiglierei 5 Broken Cameras perché va oltre il dibattito politico e raggiunge qualcosa di più universale: la dignità della vita umana ordinaria sotto una pressione straordinaria. Il film non si affida a slogan o a un linguaggio ideologico. Parla invece attraverso la famiglia, la memoria, l’infanzia, la paura, la speranza e la perseveranza. Segue Emad Burnat, un contadino e padre di Bil’in, che inizia a filmare in occasione della nascita del figlio. Lo spettatore non si trova di fronte, in primo luogo, a «una questione politica», ma a un essere umano che cerca di preservare la memoria attraverso una telecamera. Pur documentando sofferenza e conflitto, il film non scade nell’odio né nella propaganda. Preserva la complessità della vita quotidiana: genitori che crescono i figli, abitanti che difendono la propria terra, momenti di umorismo in mezzo alle difficoltà e il costo emotivo del vivere immersi in un conflitto prolungato. La distruzione delle cinque telecamere diventa un simbolo potente. Ogni telecamera rotta rappresenta un tentativo di mettere a tacere la testimonianza, la memoria e la presenza umana. Eppure, ognuna viene sostituita da un’altra, facendo del film una riflessione sulla resilienza e sull’importanza morale del testimoniare. Il riconoscimento internazionale che ha ottenuto non è dovuto soltanto alla politica, ma al fatto che il pubblico ha riconosciuto la sua autenticità e onestà. Per le discussioni a livello internazionale, il documentario è particolarmente prezioso perché sposta la conversazione dall’accusa alla comprensione, dall’astrazione all’esperienza vissuta, e dall’ideologia all’umanità condivisa.