In un contesto di inflazione alimentare prolungata e proliferazione di standard concorrenti (Rainforest Alliance, UTZ, B Corp, biologico, rigenerativo…), la fiducia dichiarata si traduce effettivamente in scelta d’acquisto o si soffre un po’ della cosiddetta “label fatigue”?
Anche in un contesto di inflazione sostenuta, la sensibilità dei consumatori verso i valori etici si conferma solida secondo i dati relativi alle vendite del 2025. In aggiunta ricordiamo che la Direttiva EmpCo (D. lgs. 30/2026), contro il greenwashing che sarà in vigore dal prossimo 27 settembre, interviene come un prezioso alleato, facendo chiarezza nel mercato e spazzando via diciture e marchi che si professano “green” senza garanzie reali. In questo contesto, come certificazione terza e indipendente, basata su robusti Standard, Fairtrade continua a rappresentare il punto di riferimento per affidabilità e trasparenza.
Il commercio equo nasce storicamente come sistema di protezione dei produttori agricoli di base: caffè, cacao, banane. Il Sud Globale oggi produce anche tecnologia, design, manifattura a valore aggiunto, servizi digitali. Gli standard Fairtrade riescono a certificare filiere più complesse, a seguire un produttore che non vuole più vendere solo materia prima ma vuole trasformarla localmente, brandizzarla, distribuirla in modo autonomo? In altre parole, la certificazione è diventata anche uno strumento di upgrading nella catena del valore?
Fairtrade International elabora gli Standard globali e definisce i criteri della certificazione per specifici settori: lavoriamo prevalentemente in filiere agricole come caffè, cacao, banane, tè, frutta secca e spezie, ma anche fiori recisi, cotone e oro. Fairtrade Italia monitora l’utilizzo del Marchio da parte delle aziende sul territorio nazionale. I nostri Standard coprono gli aspetti sociali, economici e ambientali e si applicano alla materia prima; nei prodotti multingrediente, come i biscotti, la certificazione garantisce gli ingredienti agricoli contenuti, ad esempio lo zucchero o il cacao.
Sulle confezioni, il Marchio assicura che le materie prime siano state coltivate nel rispetto dei diritti dei lavoratori, garantendo il Prezzo Minimo Fairtrade e il Premio Fairtrade che serve per lo sviluppo di progetti dentro le cooperative o a favore dei lavoratori. Quest’ultimo rappresenta un aiuto pratico per la crescita delle organizzazioni: in diversi casi, grazie a queste risorse extra, si sono compiuti importanti passi avanti lungo la catena del valore: dalla realizzazione di laboratori interni per la verifica della qualità fino alla costruzione di impianti per una prima lavorazione della materia prima, come accade per il cacao trasformato in loco presso alcune organizzazioni in Repubblica Dominicana e Costa d’Avorio. Oppure in Perù dove avviene il confezionamento dello zucchero di canna. Fairtrade offre così uno strumento di supporto costante affinché i produttori locali possano rafforzare la propria attività, valorizzare il prodotto e gestire con maggiore autonomia il proprio lavoro.
La crescita di Fairtrade in Italia passa anche dalla GDO (supermercati, discount, ecc.): un canale che garantisce volumi e visibilità, ma che ha anche una logica di margine, talvolta di pressione sui fornitori e di standardizzazione dell’offerta che non sempre va nella stessa direzione del commercio equo. Come si gestisce questa convivenza?
Fairtrade è nato oltre trenta anni fa con l’obiettivo di assicurare migliori condizioni commerciali e maggiori sbocchi per chi coltiva in Asia, Africa e America Latina. Ad oggi la GDO si conferma il più importante canale di diffusione dei prodotti Fairtrade, grazie ad una rete che copre migliaia di punti vendita sul territorio nazionale, con un assortimento complessivo che spazia dai cereali per la colazione, alle merendine, ai gelati, ai biscotti, fino a un’ampissima scelta di prodotti per le ricorrenze di San Valentino, Pasqua e Natale. In quest’ottica, la Grande Distribuzione Organizzata rappresenta un partner imprescindibile, garantendo volumi e una capillarità straordinaria su tutto il territorio nazionale.
Gestire la convivenza con le dinamiche di prezzo e i margini della GDO significa applicare regole chiare e non negoziabili. Gli Standard Fairtrade agiscono come uno scudo di tutela per i produttori: meccanismi come il Prezzo Minimo proteggono gli agricoltori dalle oscillazioni al ribasso dei mercati globali, garantendo che i costi di una produzione sostenibile non vengano mai scaricati sull’ultimo anello della catena.
I risultati confermano questa visione: i consumi sostenuti dalla rete della GDO in Italia hanno consentito di generare oltre 3,6 milioni di euro di Premio Fairtrade. Queste risorse economiche extra sono andate direttamente alle organizzazioni agricole di Asia, Africa e America Latina, che le hanno gestite in autonomia per investimenti produttivi e servizi comunitari.
Cina e India sono oggi tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali di beni agricoli e manifatturieri: tessile, tè, spezie, cotone, elettronica. Allo stesso tempo, entrambi i paesi hanno mercati interni in rapidissima crescita e una classe media che inizia a sviluppare sensibilità verso la sostenibilità. Come si posiziona Fairtrade rispetto a questi due giganti, sia come contesto produttivo da certificare, con tutte le difficoltà di monitoraggio e indipendenza che questo comporta, sia come potenziale mercato di consumatori etici del futuro?
Cina e India sono da sempre Paesi d’origine per diverse filiere agricole certificate Fairtrade, in particolare per prodotti come tè, cotone, spezie e riso. In questi contesti osserviamo un’evoluzione interessante: in India, nello specifico, sta nascendo una prima sensibilità verso i consumi sostenibili e i prodotti con il nostro Marchio iniziano gradualmente a essere presenti anche sul mercato locale.
Si tratta tuttavia di territori molto ampi e complessi, in cui persistono ancora profonde disuguaglianze economiche e sociali. È proprio qui che la certificazione Fairtrade cerca di intervenire con attenzione su alcune filiere specifiche: l’obiettivo è garantire tutele concrete e condizioni di lavoro più eque ai produttori locali, offrendo al tempo stesso ai consumatori europei la possibilità di fare scelte di acquisto etiche, trasparenti e consapevoli.
Ci potrebbe suggerire un libro o un film per capire il suo lavoro e la sua passione per un’economia più giusta e redistribuita?
Per ripercorrere le origini del movimento Fairtrade, un testo di riferimento fondamentale è “Faremo un mondo migliore” di Frans van der Hoff, uno dei padri del commercio equo, scomparso lo scorso anno. Nel libro, Van der Hoff racconta con grande umanità la sua storia personale e il suo percorso, dall’Europa al Messico, vissuto al fianco delle comunità di piccoli produttori di caffè. È un libro che ancora oggi può essere fonte di grande ispirazione.